Domenica, 23 Ottobre 2022 09:07

Il ritorno delle “vizzoche”. Le monache di casa dal Medioevo ad oggi

Scritto da Tonino Ceravolo*
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Monaca di casa (particolare di un'illustrazione di Horace Rilliet) Monaca di casa (particolare di un'illustrazione di Horace Rilliet)

Vizzoche, pinzocchere, beghine, monache di casa. La varietà dei nomi – diversi a seconda delle latitudini, delle culture, degli usi linguistici – non riesce a occultare il sottofondo comune di una scelta di vita religiosa che tutte queste figure condividono: donne che si dedicano intensamente alla vita spirituale senza consacrarsi dentro un ordine religioso. A farle balzare all’attenzione delle cronache è stato un articolo ferragostano di Lorenzo Prezzi su “Settimananews”: “È curioso che, a fine luglio, un giornale come Le Monde dedichi sei articoli alle beghine, una figura ecclesiale scomparsa da tempo. Eppure l’ultimo articolo (31 luglio) è un reportage da un nuovo beghinaggio a Saint-Martin-du-Lac (Saôn-et-Loire, Francia). Sette persone (due religiose, quattro laici, compresa una coppia) hanno riconosciuto che la loro forma di vita comunitaria si potesse richiamare alla tradizione beghina: in parte soli/e, in parte di vita comune, senza vincoli istituzionali canonicamente precisi, ma con una forte dimensione spirituale. Si ritrovano ogni giorno per la preghiera e la meditazione, cura dei rispettivi alloggi e del proprio lavoro, partecipazione al pasto comunitario in alcuni giorni della settimana: una terza via tra matrimonio e vita consacrata, con una spiritualità coltivata, senza legami particolari con il vescovo (ma non contro)”. Un fenomeno antico, che nasce nel Medioevo e che, lo ha notato Renata Salvarani, assegnava alle beghine anche una sorta di funzione sociale praticata insieme con una accentuata devozione: “Sfamavano i poveri, curavano i malati, raccoglievano i bambini abbandonati, assistevano i moribondi, davano sepoltura ai condannati a morte. Guadagnavano di che vivere con il proprio lavoro e gestivano i propri soldi in piena autonomia, ma ne facevano uso minimo, limitato a ciò che era strettamente indispensabile. Soprattutto improntavano le loro esistenze alla preghiera continua, a una devozione profonda, a un amore per Dio che era pieno e libero”. E in un’Europa intessuta di “beghinaggi” - forme comunitarie di vita beghinale (particolarmente celebre e suggestivo il Begijnhof di Amsterdam, tuttora visitabile) - l’Italia meridionale forniva il proprio specifico contributo al fiorire di questa fenomenologia religiosa con le “monache di casa”, figure, come informa il sito beguines.info, “(che vivevano in famiglia o sole) desiderose di esprimere attraverso abiti ‘religiosi’ la loro scelta di nubilato volontario. Queste monache di casa saranno poi distinte in bizzoche professe e bizzoche non professe o di devozione. Altre invece chiamate ‘monache di conservatorio’ vivono insieme in istituti di opere sociali, sotto giurisdizione civile o ecclesiastica”.

Monache di casa in Puglia

Alle monache di casa in una specifica area dell’Italia meridionale, il Gargano occidentale pugliese, è stato dedicato un breve studio di Gabriele Tardio (Donne eremite, bizzocche e monache di casa nel Gargano occidentale, Edizioni SMiL, 2007), che segue l’evoluzione del fenomeno per giungere sino alla sua scomparsa, con la morte delle ultime monache intorno alla metà del Novecento. È San Marco in Lamis il luogo su cui il focus di Tardio si concentra, con le cosiddette Zie monneche dell’Addolorata e con le Beatelle antoniane. Donne che, in famiglia o da sole, vivevano di preghiera e di mortificazione, ma che svolgevano anche il lavoro di sarte e tessitrici e che si dedicavano alla carità. L’altarino domestico era il centro della loro devozione, adornato con il crocifisso, con le immagini dei santi, con un lumino perennemente acceso per non far mai scendere il buio sulla circoscritta scena sacra che esibiva. Figure devote che forse scontavano il loro essere ai margini della Chiesa ufficiale, non chiaramente inquadrabili anche perché non sottoposte a una regola riconosciuta e perciò, talvolta, tenute pure visivamente lontane da un vero e proprio status monacale: “[…] Mons. Farina, vescovo di Foggia, aveva disposto che le monache di casa a San Marco in Lamis non potessero usare abiti monacali – scrive Tardio – quindi le monache di casa dismisero gli abiti troppo simili a monache che fino a quel momento avevano per indossare semplici abiti lunghi di colore nero o marrone con un semplice fazzoletto o lenzuolino in testa”. A qualcuna di loro, nel XVI secolo, era addirittura stata rivolta l’accusa di stregoneria, come si rileva dalle testimonianze rese in un processo, in seguito al ritrovamento del cadavere di un bambino, dalle quali si viene a conoscenza di un “drappello di donzelle pie bizzocche” che si recavano in una grotta a pregare, attirandosi il sospetto che tale raduno avesse a che fare con rituali e pratiche stregonesche. E a nulla erano servite le precisazioni che nella grotta non si svolgesse niente di peccaminoso e che non si svolgessero balli “sotto la noce” (solitamente associati alle streghe), se una certa Angioletta Regnanese, evidentemente ritenuta colpevole di pratiche illecite, proprio dentro una grotta era stata murata viva. Una condizione ancipite, come si può notare, che da un lato vedeva una significativa e positiva considerazione per le “bizzocche” - probabilmente prevalente - fino ad ammetterle pure come catechiste e come assistenti alla vita parrocchiale, ma dall’altro lasciava emergere delle zone di diffidenza, che lasciavano spazio al dubbio.

Monache di casa a Serra San Bruno

Comunità nei secoli passati contraddistinta dall’intensa vita religiosa (“il paese più bigotto della Calabria”, lo aveva definito Norman Douglas), Serra San Bruno non è certamente rimasta estranea al fenomeno delle monache di casa. Ne fanno fede anche due testimonianze letterarie ottocentesche di viaggiatori stranieri, come nel caso del resoconto di viaggio del chirurgo ginevrino Horace Rilliet (Colonne mobile en Calabre dans l’année 1852,  Pilet & Cougnard, 1853 [?]) che durante il pranzo in casa del medico Francesco Sadurny non manca di segnalare la presenza di questa figura: “Mi servirono un pranzo succulento, durante il quale feci la conoscenza della famiglia. Il padre è medico, il figlio farmacista; mi presentarono inoltre la monaca che è la zitella di casa; in qualità di monaca di casa essa compie i suoi voti in famiglia mentre sua sorella minore, Donna Michelina, bellissima persona, si occupa della parte della mondanità del nucleo familiare; e lo fa con molta grazia”. E se Rilliet si limita a cogliere tale presenza quasi di passaggio, entra meglio e di più nei particolari l’abate francese Elie Perrin, ospite a Serra nel dicembre del 1887: “Un’altra istituzione del luogo, che non ha niente di simile in Francia, è quella delle Monache di casa. In molte famiglie delle giovani figlie fanno voto di rinunciare al matrimonio, ai piaceri del mondo, tagliano i loro capelli e prendono l’abito religioso. Senza lasciare la casa, vivono, per quanto è possibile, di vita claustrale, seguendo una regola approvata dal loro confessore e dividono il tempo tra la preghiera e le cure della casa o altri lavori manuali. Questa specie di religiose domestiche è molto rispettata dalla popolazione, la loro presenza è considerata una benedizione per la famiglia. Ma sventura per colei che dovesse abbandonare questo genere di vita, una volta abbracciatolo! Sarà disonorata per sempre” (Mon journal de voyage en Calabre (2 – 15 décembre 1887), H. Bossanne, 1897). Voto di castità, abito monacale, vita suddivisa tra preghiera e lavoro: le linee essenziali della scelta religiosa delle monache di casa non sfuggono all’osservatore d’oltralpe, per quanto incorra nell’errore di considerare tale fenomeno sconosciuto in Francia poiché non ne coglie la “parentela” con il beguinage invece ben diffuso sul suolo francese. Alle osservazioni di Perrin fa, infine, riscontro una più recente testimonianza della serrese Giuseppina Callà, rilasciata alla rivista “Santa Maria del Bosco”, che fornisce un’ulteriore conferma del duplice status delle monache di casa che comportava, insieme, il servizio religioso e le opere di carità: “Facevano impressione ad incontrarle, perché all’ora dei vespri (in inverno quasi buio) sgusciavano ‘dalli viniedhi’ (vicoli stretti) e con passo veloce si recavano alla chiesa di appartenenza; esse facevano il voto di castità per tutta la vita e la vestizione avveniva in chiesa con una cerimonia solenne; l’abito monacale lo mantenevano anche nella loro casa; insegnavano il catechismo ed erano preparatori di comunione e cresima ai giovani di allora; visitavano i malati, le persone bisognose e assistienu all’agunia (assistevano le persone all’agonia, mentre stavano per morire). Certo non avevano gli studi come le suore moderne e per campare facevano i biscotti con le ricette della nonna: li ‘nsudi’, li giambirlietti, li mastazzola, li sambiesiedhi (festa di San Biagio), li sanbruniedhi (festa di San Bruno)”. Nell’ampia mappa europea di questo fenomeno, che va dal Belgio alla Francia, dalla Germania all’Olanda, occorre insomma inserire anche questa “tessera” calabrese e serrese, che contribuisce a precisarne con più esattezza la geografia.

*Storico, antropologo e scrittore, cura per il Vizzarro la rubrica Nuvole

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