GIRDA ROTTAMI
Lunedì, 08 Agosto 2022 06:53

“Battenti”, “spinati” e “misure”. San Domenico di Soriano e il quadro dei prodigi

Scritto da Tonino Ceravolo*
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Il culto delle immagini dei santi è sicuramente uno dei fenomeni centrali della religiosità a partire dal Basso Medioevo. Basti pensare, con riferimento alla sola Calabria, al moltiplicarsi di straordinarie apparizioni di sacre effigi, da Reggio Calabria a Portosalvo, da Polsi a Soriano Calabro, peraltro spesso associate all’istituzione di santuari e di chiese, come accade, nel caso del culto mariano, per il ritrovamento prodigioso o inatteso di immagini della Madonna (S. Maria delle Armi a Cerchiara, la Madonna del Castello di Castrovillari, la Madonna di Romania a Tropea). Il santuario risulta, così, istituito direttamente dalla volontà divina e il ritrovamento dell’immagine, spesso ritenuta achiropita (ossia non prodotta da mano umana), assume il ruolo di evento fondante, che anticipa la costruzione dell’edificio religioso. A decorrere da quell’epoca e con particolare vigore nell’età moderna non è più soltanto la presenza della tomba del santo o delle sue reliquie a sacralizzare uno spazio, ma all’origine della sacralità dei luoghi c’è il verificarsi di circostanze straordinarie, all’insegna del prodigioso, quali le apparizioni miracolose o il ritrovamento di sacre immagini. In tale contesto assunse uno straordinario rilievo, di dimensione addirittura “planetaria”, la diffusione del culto dell’immagine achiropita di San Domenico in Soriano, apparsa nella notte tra il 14 e il 15 settembre del 1530 “effigiata dalle mani degli Angioli” e condotta da “tre vaghe e bellissime donne di aspetto sovrumano”, come scrisse Martino Campitelli nel Ragguaglio storico della miracolosa immagine di S. Domenico in Soriano nel Regno di Napoli pubblicato a Roma nel 1728. Le tre donne si riveleranno essere Santa Caterina d’Alessandria, Santa Maria Maddalena e la Vergine e a ricevere l’immagine, secondo il resoconto delle fonti agiografiche, sarà Fra Lorenzo da Grotteria. Ha inizio da qui una vicenda plurisecolare che ruoterà intorno al quadro, che verrà replicato in centinaia di “multipli” in diverse parti del mondo e che farà del convento domenicano di Soriano un centro, insieme, di intensa vita spirituale e religiosa, di significativa rilevanza economica e di notevole spessore culturale. 

Il quadro del santo e i suoi multipli

Iconograficamente la tela achiropita, tuttora visibile nella chiesa di San Domenico a Soriano, ricalca, con alcune variazioni, moduli precedenti e presenta notissimi attributi agiografici che si riscontreranno anche in seguito: il santo, in piedi, è l’unico protagonista della scena, nella mano destra tiene un libro chiuso, nella sinistra un giglio. L’abito che indossa è quello dei Frati Predicatori: la tonaca bianca, lo scapolare, la cappa nera aperta sul davanti. Gli attributi del giglio e del libro non sono certo una novità, se già erano presenti, con l’unica differenza dell’inversione delle mani che li sostenevano, in Duccio di Buoninsegna, Andrea di Bonaiuto, Francesco Traini, Gentile da Fabriano e nel Beato Angelico. Troviamo, invece, il giglio nella mano sinistra, come nell’achiropita calabrese, ma senza il libro, in un affresco di Fra Bartolomeo Della Porta, risalente al 1514 circa e conservato a Firenze, mentre in una tela di Luca Giordano - dedicata a San Domenico che riceve il rosario - lo vediamo deposto ai piedi del santo, morbidamente poggiato sul libro chiuso. Analoghe oscillazioni si rintracciano nell’attributo iconografico del libro, inserito senza il giglio e sostenuto dalla mano sinistra in alcune raffigurazioni di autore ignoto composte tra XIII e XIV secolo e conservate, tra l’altro, a Napoli e nella basilica veneziana di San Marco. Nessuna di queste altre immagini, tuttavia, conoscerà la capacità di diffusione della tela sorianese, i cui poteri taumaturgici si trasferiranno anche sulle sue copie disseminate lontano dalla Calabria, secondo una modalità che consentiva al quadro sorianese di essere centro dei pellegrinaggi e, in qualche modo, pellegrino esso stesso, perfino missionario nelle lontane Indie Occidentali al seguito dei padri domenicani incaricati dell’evangelizzazione del Nuovo Mondo. In Italia, secondo la puntuale documentazione di Fra Antonino Lembo (Croniche del Convento di S. Domenico in Soriano […], Stamp. V. D’Amico, 1687), si trovavano copie del quadro a Napoli, nel convento di Cirignola in Puglia, “nelle città di Isernia, Sulmena, Caramanico, Chieti, Focco, Atri, Feramo, Penna, Rieti, Ascoli, nelle Provincie di Calabria in tutti quasi conventi dell’Ordine, nel Regno di Sicilia [...] in Messina, Palermo, Trapani, Sciacca, Girgento, Piazza, Noto, Siracusa, Catania, Tavormina, Castelvetrano, Termini, Melazzo, e nell’isola di Malta”. La localizzazione geografica delle copie del quadro nel Seicento offre anche una mappa attendibile del culto di San Domenico in Soriano in zone distanti dall’Italia Meridionale. Cappelle con imitazioni dell’achiropita sono segnalate ad “Herbipoli, Treveri, Anversa, Vallacense e Bamberga” in Germania, nella chiesa di San Tommaso D’Aquino a Madrid con “voti appesi”, a Lima in Perù sia presso il convento di Nostra Signora del Rosario sia nel convento dell’Osservanza e ancora a “Panemà, Granucco, Avena, Truxiglio e perfino in Cina”. Veniva a stabilirsi, in questo modo, una sorta di “doppio movimento”, reso possibile proprio dalle specifiche caratteristiche dei culti legati a immagini: i pellegrini si spostavano a Soriano verso il quadro, centro della loro devozione, ma, contemporaneamente, era il quadro, attraverso i suoi multipli, a disseminarsi per il mondo. Intorno al suo culto, dovunque fosse portato dallo zelo missionario ed evangelizzatore dei frati predicatori, si innalzavano conventi, santuari e addirittura - come nel caso di Santo Domingo de Soriano in Uruguay - città. Si costituivano presidi della fede cattolica e la diffusione dell’immagine achiropita di San Domenico in Soriano diventava, secondo una definizione coeva di provenienza napoletana, un potente antidoto all’eresia, un segno visibile per effetto del quale era possibile accedere all’invisibile.

“Battenti”, “spinati”, ex voto

I pellegrinaggi all’immagine di San Domenico in Soriano costituiscono quasi un laboratorio nel quale cogliere in vivo, senza voler trascurare i tratti specifici di questo culto, alcune forme e modalità della religiosità del meridione italiano nel corso dell’età moderna. Come rilevato da storici e antropologi in altre situazioni analoghe, la festa del santo diventava teatro di riti e manifestazioni che occupavano lo spazio religioso affidando alla forza dimostrativa del gesto l’espressione della fede. “[...] In tutti quei primi giorni d’Agosto - scrive nei primi decenni del Seicento Silvestro Frangipane, testimone diretto del fenomeno - fino alla festività di S. Domenico si vedono dentro la Chiesa da tempo in tempo Compagnie di Battuti, non altrimente che se fosse il Venerdì Santo, cavarso molta copia di sangue con le discipline. Si veggono ancora in quei giorni continuamente schiere di Huomini, e di Donne entrar riverenti nel Tempio, e prostrati alla soglia della porta [...] indi lambendo con la lingua la terra, non mai alzare il capo fin che pervengono all’Altar maggiore dinanzi l’Immagine miracolosa del Patriarca. Altri poi nudi fino alla cintura, ma coperti nel busto, e nella testa di spine, si rappresentano innanzi al Santo, e quindi ripongono, non senza molte trafitte, quel silvestre vestimento. [...] Si vedono ancora ogn’anno in quei giorni a schiere a schiere, le Donne, e Donzelle prostrate avanti al Santo offerire a lui come pregiatissimo, e caro tributo le chiome, con tagliarsi avanti di esso le treccie, per modo tale, che tra quelle, che si tagliano in Chiesa, e coloro che le mandano, o portano tagliate da i loro paesi, ascendono ogni anno al numero di duemilla, né ciò fanno solamente persone basse, e di poco conto, ma moltissime Gentildonne, e Signore [...]” (Libro primo de’ Miracoli e gratie oprate dall’Immagine del Patriarca S. Domenico portata dal Cielo in Soriano [...], Per G. P. Cardi, Al segno della Fortuna, 1640). Il convento si riempiva di ex voto, offerte e oggetti preziosi che le fonti agiografiche riportano quasi sedotte dal fascino dell’elenco: il principe di San Vito dona una lampada d’argento di sedici libbre, una signora di Firenze un bambino d’argento di tre palmi d’altezza, la figlia del principe di Malvagni “una gioia di trentauno diamanti”, la principessa di Nicastro una cortina ricamata con l’effigie di San Domenico nel mezzo, la principessa di Tarsia un cuore d’oro tempestato di diamanti, il marchese di S. Giorgio due leoni d’argento del valore di 500 scudi. Già nel 1609 le offerte ricevute dal quadro dal 29 luglio al 7 agosto raggiungono dimensioni considerevoli: mille ducati, settecento libbre di seta, cinquecento torce, ventidue tra bovi, cavalli e giumente, centocinquantatre pecore e capre. L’anno seguente i ducati diventano 2.437, le torce 620 e si aggiungono 120 tumuli di grano.

Le “misure” delle partorienti

E naturalmente non erano assenti i miracoli: miracoli di guarigione e, talvolta, di resurrezione dei morti, miracoli di protezione (soprattutto nei confronti del convento sorianese), miracoli di controllo della natura, tanto sotto la forma del dominio sul mondo animale quanto in relazione alla neutralizzazione degli elementi naturali apportatori di pericolo per l’uomo. Miracoli che non rinviano a una specifica specializzazione taumaturgica, con la sola eccezione relativa alle partorienti, a cui è associato uno specifico rituale che pone l’immagine di San Domenico come “immagine-corpo” e alcuni oggetti entrati in contatto con essa come reliquie “secondarie” dotate delle medesime virtù del quadro. Infatti, secondo quanto riportato, tra gli altri, da Fra Antonino Lembo, “[...] le Donne di quella Terra [...] quando si ritrovavano oppresse da’ dolori del parto, mandavano certe Fettuccie in Convento, e da quei Religiosi le facevano toccare alla Santa Imagine, e pigliarne la misura della lunghezza del corpo del santo, con le quali con grandissima tenerezza d’affetto si cingevano, e immediatamente partorivano, e erano da quelli acerbi dolori liberate”. Un rituale, tuttavia, che non sembra da attribuire in modo esclusivo all’ambiente calabrese, né è da collegare specificamente alla presenza del quadro sorianese. Infatti, secondo quanto racconta Iacopo da Varazze nella Legenda aurea, “vicino Bologna uno studente di nome Nicola era tanto tormentato da un dolore ai fianchi e alle ginocchia che non riusciva ad alzarsi da letto. La gamba destra gli andò in cancrena, al punto che non si sperava più di poterlo in qualche modo curare. Invocando Dio e san Domenico, prese un filo, col quale doveva essere fatta una candela e ne misurò un pezzo lungo quanto lui, e cominciò a cingersene il collo e il petto. Quando arrivò a cingere il ginocchio, invocando a ogni misura il nome di Gesù e di san Domenico, cominciò subito a sentirsi meglio, ed esclamò: - Sono liberato! Si alzò, e per la gran gioia andò senza nessun appoggio sino alla chiesa ove riposava il corpo di san Domenico”. In Calabria e a Soriano si farà proprio il rito di guarigione delle “misure” (foto nella galleria in basso) adattandolo al particolare caso del parto e in quella liberazione dal dolore, che la fonte agiografica richiama, c’è da leggere, in compendio, anche la complessa vicenda del rapporto degli uomini e delle donne con la santità, invocata dinanzi ai passaggi difficili dell’esistenza.

*Storico, antropologo e scrittore, cura per il Vizzarro la rubrica Nuvole

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