Mercoledì, 08 Marzo 2023 07:23

FIMMINA DI RUGA | Una guerra quotidiana tra bambole e miseria

Scritto da Giuseppina Vellone*
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Eddra Gale nel ruolo della prostituta Saraghina in "Otto e mezzo" di Federico Fellini Eddra Gale nel ruolo della prostituta Saraghina in "Otto e mezzo" di Federico Fellini

La “Donciccia”, ovvero donna Francesca, abitava nello slargo dove si affacciava la scala esterna della casa della nonna Brunina. A differenza delle altre case, la sua porta rimaneva chiusa nella mattinata e si apriva solo verso l’ora di pranzo.

La Donciccia non era come le altre donne del rione. Vestiva con colori sgargianti, portava grandi orecchini e grandi collane. I capelli non erano addomesticati nelle trecce, ma cadevano fluenti e corposi sulle sue spalle. A volte erano acconciati con dei boccoli, a volte onde morbide incorniciavano il viso; lo sguardo era tagliente. Aveva le labbra carnose, spesso sottolineate da rossetti grumosi. Portava camiciole o magliette che inseriva dentro le gonne e così si evidenziava, in modo significativo, il suo seno imponente.

Ripensandola adesso, è come se la sua immagine fosse ferma agli anni del dopoguerra. E forse era così anche per lei: una sopravvissuta; una donna che, a modo suo, combatteva la guerra della quotidianità.

Se era “di buona”, aprendo la porta salutava le vicine con enfasi e clamore; se era di cattivo umore, allora sbatacchiava tappeti e straccetti e brandiva la scopa come una clava. Penso si sentisse minacciata, giudicata e, allora, anticipava le mosse del nemico stando in guardia o attaccando.

Faceva il mestiere più antico del mondo. Aveva diversi figli, ognuno da un uomo diverso. Questo concetto aveva solleticato curiosità e fantasie nei miei zii, che avevano tentato di fare domande esplicite alla nonna: “Perché Armando e i suoi fratelli hanno ciascuno un padre e noi uno solo?”. La nonna aveva ammantato la verità con una risposta ambigua, sull’onda del pudore.

La nonna Brunina era l’unica che sapeva come prendere la Donciccia, forse la temeva; comunque la rispettava. La nonna era sempre pronta a darle le cose che le mancavano; le mancavano spesso le cose che fanno casa.

La sua non era una vera casa; sembrava un piccolo teatro. Le stanze erano buie; non ricordo il camino o il braciere fonte di luce; forse c’erano, ma non venivano accesi. Non ricordo esattamente i mobili; ricordo piccoli cuscini di raso, lucidi, cangianti: erano i cuscini che riverberavano, timidamente, la luce: una luce effimera, che scompariva se cambiavi posizione, una luce fredda, flebile.

C’erano rose di plastica in portafiori di vetro bugnato, fiori che trovi sulle tombe di chi è stato dimenticato. I porta fiori stavano su centrini polverosi; vecchie bomboniere di porcellana ricordavano, forse, eventi felici e lontani; anche queste erano poggiate ognuna sul proprio centrino, come un corpo unico, indissolubile connubio mortifero.

Nella casa della Donciccia c’erano soprattutto bambole. Bambole, con le gambe divaricate e le braccia aperte, erano sedute ovunque. Erano bambole grandi, con gli occhi grandi fissi, i capelli con i boccoli, i vestiti con balze, con pizzi. Bambole che non erano delle principesse, che non erano neanche comuni, ma una via di mezzo fra gitane e nobildonne: un ibrido improbabile che popolava le misere stanze.

Dove erano sedute le bambole, nessuno si poteva sedere, neanche i figli.

Io guardavo le bambole, ipnotizzata. La Donciccia mi tollerava perché non le toccavo. Ero una bimba educata, addestrata a captare come non entrare in collisione con gli adulti. Guardavo quel mondo effimero, inquietante, con timore misto a curiosità. Ero affascinata dall’incongruità di quella casa rispetto alle altre della ruga: percepivo che era un mondo altro, misterioso e miserabile al tempo stesso.

Penso che mi fosse chiaro che quella donna era diversa. Eppure era rimasta lì, nella ruga; non era stata emarginata o forse non si era lasciata emarginare. Lei, le sue bambole e le sue bomboniere sembravano voler testimoniare una spavalderia indomita.

Se lei si era piegata alla vita, la ruga le riconosceva la forza.

*Psicoterapeuta, fondatrice della Onlus Famiglieperlafamiglia e responsabile di Casa di Deborah, nel 2021 ha pubblicato Fimmini di ruga, il libro da cui è tratto questo brano e da cui prende il nome la rubrica che cura per il Vizzarro.

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