Domenica, 29 Gennaio 2023 08:40

Il patrono spodestato (e la festa degli abbaculi)

Scritto da Tonino Ceravolo*
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Foto di Pasquale Arbitrio (da Facebook) Foto di Pasquale Arbitrio (da Facebook)

Guerra di santi è il titolo di una, notissima, novella di Giovanni Verga pubblicata nella raccolta Vita dei campi (1881), nella quale accade un “parapiglia, un fuggi fuggi, una casa del diavolo: preti che scappavano colle sottane per aria, trombe e clarinetti sulla faccia, donne che strillavano, il sangue a rigagnoli, e le legnate che piovevano come pere fradicie” per via della rivalità, in un paese non precisato, tra i devoti di San Pasquale e quelli di San Rocco. Testimonianza letteraria che da sola basterebbe a indicare la centralità dei culti agiografici nella vita delle comunità: santi a cui ci si rivolge per impetrarne la protezione, santi associati a riti collettivi, santi che possono persino essere “puniti” quando salta l’appuntamento con il prodigio (quanti santi prima invocati e poi immersi in acqua per un “bagno-castigo” se non si verifica la sconfitta della siccità), santi che entrano in conflitto l’un con l’altro o, per dir meglio, che “traducono” nei loro conflitti i conflitti delle comunità. Tanto che può addirittura destare stupore quando una sostituzione di patronato, come accaduto qualche anno fa a Serra per la “destituzione” di San Biagio in favore di San Bruno, un cambio di festa civile, non suscita appelli da parte di nessuno, non fa insorgere comitati costituiti per l’occasione, non produce pubbliche manifestazioni e agguerrite tenzoni in difesa dell’un santo o dell’altro.   

Una festa “quieta e sconosciuta”

E forse una ragione si può rintracciare, in quella che Sharo Gambino, con la sua finissima sensibilità di scrittore e quasi antivedendo quanto sarebbe avvenuto, ebbe modo di definire una festa “quieta e sconosciuta”: “Sconsideratamente, dovrei dire: «San Biagio guardatevi, vi derubano. San Bruno, meritevolissimo collega vostro nel difenderci dai malanni, ha due feste piene e rumorose di mercato e di forestieri, e a voi, che il vostro dovere lo fate bene altrettanto, e nel novembre del ’35 con Lui e la Madonna Addolorata vi opponeste alla volontà dell’Ancinale che ci voleva tutti a Soverato, a voi, dicevo, ne dedicano una così quieta e sconosciuta che si direbbe essere stata organizzata soltanto per acquietarvi»”. Come avrebbe potuto un santo titolare di una festa di tal fatta, semplice e sobria, intestarsi una “guerra di santi”? E sì che lo stesso culto di San Biagio, nel territorio di Serra San Bruno, non è esente da dubbi e incertezze, a tal punto che un’indagine tesa ad accertare le circostanze che presiedettero alla sua elezione a patrono del comune, risulterebbe molto difficoltosa considerata la lacunosità delle fonti, essendo di scarsissimo aiuto le notizie al momento disponibili. Non spiega, infatti, alcunché, oltre ad apparire del tutto inverificabile, quanto riferito nella Platea della Chiesa Matrice di Serra secondo la quale i primi abitanti del paese si trovarono nei pressi di un “Tempietto cadente” nella zona della Lacina “[...] e per curiosità volen­dolo osservare, videro un logoro Quadro di S. Biagio, allo(ra) S. Blasio, che era adorato da un qual­che Romita da più tempo morto. Essi lo vollero prendere e portarlo nella Serra, e principiarono ad adorarlo come loro Protettore”. Analoghe incertezze si riscontrano, per altri versi, nel XVII secolo, quando, tuttavia, il culto di San Biagio risulta chiaramente documentato. Il mese di agosto aveva per la comunità di Serra il proprio centro liturgico nella festa dell'Assunta, celebrata anche con la processione solenne della statua e della reliquia della Vergine, ma a questa si aggiungevano il 16 successivo la processione della statua e della reliquia di San Rocco, dopo la Messa cantata nella chiesa a lui intitolata, e la processione nell'ultima domenica della reliquia del patrono San Biagio vescovo di Sebaste, che consisteva, come riportato ancora nell'ottocentesca Platea della Chiesa Matrice, in un pezzo dell'ulna, custodito in un braccio di legno. A tale proposito occorre, però, richiamare quanto ebbe modo di prescrivere Mons. Andrea Perbenedetti, vescovo di Venosa, nel corso della sua visita apostolica del 1629, che sottolineò l'assenza di testimonianze autentiche sulla provenienza del reperto e decretò che entro un mese, a decorrere dalla sua visita, fossero procurati i documenti testimoniali, in mancanza dei quali la reliquia non avrebbe dovuto essere ulteriormente esposta alla venerazione dei fedeli. Senza incertezze documentali è, invece, l’intitolazione della chiesa principale del paese nel Seicento a San Biagio, come conferma un documento superstite coevo relativo alla processione di Pentecoste. A essa accorrevano, innanzitutto, i “vassalli” dei casali di Serra e Spadola, tra i quali un ruolo importante era occupato dalle confraternite laicali. Per primi si schieravano i confratelli di San Nicola di Spadola, con la croce e il vessillo; dopo venivano i confratelli di due comunità della chiesa parrocchiale di Serra intitolata, appunto, a San Biagio, quella di Santa Maria della Neve e, dietro, quella del Santissimo Sacramento. Quindi, era la volta dei sacerdoti, che procedevano cantando salmi e inni, e dei fratelli conversi, quattro dei quali sostenevano il reliquiario in cui era racchiuso il cranio di San Bruno. 

La festa degli abbaculi

E tuttavia le incertezze storiche sulle origini e su alcuni elementi del culto non possono, ovviamente, revocare in dubbio l’altra realtà storica che è quella di una festa, con cadenza calendariale il 3 febbraio, giorno di San Biagio, che è la festa degli abbaculi, una ricorrenza nella quale pietà popolare, tradizione gastronomica, riti folklorici di propiziazione della fertilità si mescolano, in una cornice che vede, soprattutto, un’ampia presenza di bambini. San Biagio viene invocato, in particolare, come protettore e taumaturgo per le malattie della gola (si veda per il miracolo relativo la Legenda aurea di Jacopo da Varazze) e in quest’occasione la benedizione degli ammalati o di coloro che richiedono preventivamente la protezione del santo costituisce il momento centrale della festa. Al momento religioso si associa il momento gastronomico, con la preparazione del tipico dolce a forma di pastorale episcopale, la sua distribuzione presso amici e conoscenti e la sua esposizione in bella mostra nelle vetrine dei fornai e delle pasticcerie. Bisogna restituire la parola a Sharo Gambino e alle pagine di Sull’Ancinale per trovare una descrizione leggera e al tempo stesso intensa della giornata di festa: “Sufficientemente annuncia la festa non un colpo scuro, ma l’odore che per le strade si spande dai forni dove cuoce il dolce che ripete il pastorale vescovile da voi [San Biagio] tenuto nelle mani guantate di rosso: il baculum dei latini, l’abbaculo di torrone o di ‘nzullo di mostacciolo o più modestamente di farina, latte ed uova con la cannella; non la musica di ottoni e clarini, l’allieta, ma la frignata d’impazienza interrotta dal ceffone materno per non farvi torto: quando mai s’è visto un abbaculo spezzato e gustato, se prima l’arciprete in mozzetta e stola, a nome vostro, non lo avrà benedetto nella selva di altri abbaculi sollevati in alto dai bambini, mentre i grandi fanno benedire mannelli di fieno, bottiglie di vino, frutta e qualche mattone da applicarsi caldo sulle parti indolenzite? La festa tolti i tre giri [...] che litaniando si fanno attorno alla chiesa Matrice, è tutta qui: in quell’accorrere gioioso attorno al vostro baldacchino di porpora e d’oro, in quel clamore innocente di bimbi che riempie le navate, nella contenuta ansia dei grandi. A sera, quando la luce elettrica mette in fuga la notte nei vichi, un innamorato scantona rapido perché non gli scoprano il grosso abbaculo coi confetti che egli porta alla fidanzata. Lo divideranno: la ragazza si terrà il manico mentre il fidanzato si spartirà l’uncino con gli altri presenti. San Biagio, è ora! Guardateli: prima di mangiare si segnano devotamente. Benediteli”.

*Storico, antropologo e scrittore, cura per il Vizzarro la rubrica Nuvole

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