Domenica, 12 Marzo 2023 07:03

La Certosa e il manoscritto scomparso

Scritto da Tonino Ceravolo*
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I ruderi della chiesa della Certosa di Serra I ruderi della chiesa della Certosa di Serra

Tra le imprese editoriali compiute da calabresi nei secoli occupa un posto di assoluto rilievo quella di un monaco della Certosa di Serra San Bruno, Dom Benedetto Tromby, che tra 1773 e 1779 pubblicò a Napoli, presso Vincenzo Orsino, i dieci volumi della Storia critico-cronologica diplomatica del patriarca S. Brunone e del suo ordine cartusiano, corredati, oltre che da un notevole apparato iconografico, da appendici documentarie nelle quali trovano posto anche diplomi, privilegi e bolle risalenti al Medioevo (i cui originali non sono più esistenti) trascritti da Tromby utilizzando i materiali depositati nell’archivio del monastero. Una vicenda, questa della Storia, stratificata e complessa, qui accennata solo per grandi linee, che si intreccia con quella di manoscritti perduti e copie conservate, di documenti autentici e probabili falsi, di dispersioni avvenute nei lunghi decenni che seguirono al terremoto del 1783. E tra queste dispersioni, come vedremo, certamente pure quella del manoscritto di Tromby su cui il monaco lavorò nella composizione del suo strabordante testo.

“Schiccherar carte” nella solitudine del monastero

Benedetto Tromby era nato a Monteleone, in Calabria Ultra II, il 20 settembre 1710, da Saverio e Rosa Crispo, “umili, ma onesti Cittadini”, come racconta Vito Capialbi in un suo profilo biografico. Professo della Certosa di S. Stefano del Bosco a Serra, aveva successivamente trascorso alcuni anni anche nella Certosa di San Martino in Napoli e nella Certosa di Capri. Rientrato in Calabria aveva ricoperto l’incarico di procuratore della grangia di Rocca di Neto (oggi in provincia di Crotone) nel 1746 e di Santa Barbara, nei pressi di Mammola, nel 1754. Dopo il terremoto calabro-messinese del 1783 era rientrato in famiglia a Monteleone, dove era morto il 16 giugno 1788. È lo stesso Tromby a ricordare, in un passaggio autobiografico inserito nella Storia, gli elementi essenziali della sua formazione intellettuale, in parte condotta lontano dalle scuole e costruita anche da autodidatta, dedicandosi a “schiccherar Carte” nella solitudine del monastero: “Non son per negare, che d’anni 12 io era già stato licenziato dalle Scuole d’umanità; che quando contava l’anno 15, fatta aveva Rettorica, Poetica, e Filosofia; E che nell’anno 18 mi ritrovava nel Libro IV delle Istituzioni civili. […] Con sì scarso peculio d’ottime lettere, vestii l’abito religioso nella Certosa di S. Stefano del Bosco nell’ulteriore Calabria, Provincia e fertile, e culta del Regno di Napoli, nel maggio del 1728 corrispondente al 17 in 18 dell’età mia. Passai l’anno del Noviziato col riandare le partite della conscienza. Cinque intieri anni fu dura necessità d’applicarli allo studio della Teologia morale, unico studio fra di noi indispensabile, framezzato con qualche lettura di Storia Sacra, di SS. PP., e di Concilj: ma per modo di divertimento e di sollievo. Or non essendo fra di noi, costituiti in solitudine, e silenzio, né Scuole, né Circoli, né tampoco Cattedre, tosto quindi mi diedi a schiccherar Carte. Ma non trovando i varj assunti intrapresi, di mia intiera soddisfazione; mi son fermato allo studio della Diplomatica e della Critica. Onde sceltimi per guida, e scorta tre grandi Valent’uomini, fra gli altri Petavio, Mabillon, e Pagi il Seniore, ho procurato debolmente trarne profitto”. 

“Le cose vere per vere, le dubbiose per dubbiose e le false per false”

Risultato più importante del “debole profitto” di tanto studio è proprio quella Storia di San Bruno, della Certosa di Serra e dell’ordine certosino, di cui Tromby racconta la non facile genesi attraverso un ulteriore brano autobiografico: “Avendo dunque formata l’idea di scrivere – prosegue Tromby – mi misi ad ammassare in uno Zibaldone tutto ciò, che per tal proposito ho potuto avere alle mani. E per lo spazio non interrotto meglio di otto anni, quanti appunto dalla Certosa di mia Professione fui ad ospitare, prima in quella di Capri, e poscia in quella di S. Martino sopra Napoli, attesi a leggere, quanti de’ nostri, o degli esteri o appostatamente, o di passaggio, trattarono delle cose dell’Ordine Certosino. Squadernai le librerie nostre, e non tralasciai d’avvalermi d’Amici vicini, e lontani, anche non mai veduti, de’ quali stancai la pazienza per procacciarmi da’ celebri Archivj, e librerie, quei documenti, e luoghi d’Autori, che credei potermi giovare. Soprattutto in Napoli ebbi la sorte d’abbattermi ne’ MSS. di Camillo Tutini erudito Sacerdote Napolitano, il quale avea raccolta la materia per darci gli Annali Certosini; ed avrebbe ciò esseguito, secondo che promise nel Prospetto Storico del medesimo nostro Ordine, già dato alla luce, se la morte non gli avesse rotto i bei disegni”. Ritornato da Napoli nella Certosa di S. Stefano nel 1742, cominciò a dedicarsi, “con ordine cronologico”, alla stesura dell’opera, “notando […] le cose vere per vere, le dubbiose per dubbiose, e le false per false” e servendosi di semplici, probabili, congetture “nelle cose intrigate, ed oscure”, qualora non fosse stato in grado di scoprire il certo e il vero, trovando, in questo suo compito, il sostegno e il conforto dei priori del monastero: “Allora divenuto Priore il P. D. Bernardo Sirleti ne’ sette anni di suo governo altro non faceva cotidianamente, che domandarlo, dove, ed in quale anno della Storia egli si ritrovasse. Incoraggiandolo a tirar avanti, diceva, per bene della Casa, ed onore della Religione. E così fecero quindi gli altri successori PP. Pileggi, Bressi, Lanza, fin’ al presente governo del P. D. Saverio Cannizzari, amantissimo de’ Libri, e degli Studiosi”. Non si nasconde Tromby, né le tace al lettore, le difficoltà nelle quali dovette imbattersi per la stesura e il completamento della Storia, tra cui, sicuramente non ultima, l’esigenza di far fronte alle spese di stampa, probabilmente destinata a rimanere insoddisfatta senza il decisivo intervento di Mons. Domenico Antonio Peronaci, serrese di nascita e vescovo di Umbriatico in Calabria, che, per la sua “innata divozione” contemporaneamente verso il monastero di S. Stefano e nei confronti dell’autore, lo rassicurò di non prendersi la “menoma pena” perché avrebbe assunto “misure tali” da renderne possibile la pubblicazione. Ma furono anche difficoltà personali a fargli pensare, come confessa nelle pagine finali del nono volume, di non poter concludere l’opera e di dover lasciare l’impegno ad altri: “Ed eccomi la Dio mercè, giunto all’Epoca da me prefissa a dover far punto a questa Storia. La mia debole complessione, e cagionevole salute, frutto di qualche soverchia applicazione di Tavolino, non mi permettono di poterla durare più oltre. […] Lascio per tanto il campo aperto ad altri con qualche ancor ammasso di monumenti da me acquistati, o di tirare avanti; o come sarebbe il migliore, principiarla con altra erudizione, eleganza, e perizia a tesserla da capo. Allora le mie notizie perché sincere, unico loro pregio, servir potrebbero almen di stimolo a qualche mente più illuminata; così avrei ancor io la mia soddisfazione, che altri facesse sperimento quanti sudori costassero, ad un Certosino spezialmente, siffatte materie”.

Ipotesi su un manoscritto perduto

Sta di fatto che nonostante le difficoltà, personali del suo autore e oggettive legate ai costi per la stampa della ponderosissima opera, la Storia vide la luce, per quanto i dieci volumi stampati a Napoli tra il 1773 e il 1779 non fossero esenti da problemi editoriali che rendono tale edizione, l’unica a oggi disponibile e da qualche decennio anche in anastatica per “Analecta Cartusiana”, sicuramente bisognosa di un’accurata revisione. Infatti, già Vito Capialbi, scrivendo all’abate Antonio Lombardi, aveva avuto modo di osservare che “[…] le copie che corrono, per lo più sono monche e difettose”, precisando che la descrizione dell’opera, che si stava accingendo a iniziare, “lo [sic!] farò sull’esemplare che si conserva nella mia domestica biblioteca, il quale è appunto quello dell’autore addetto a proprio uso”. Problematiche, dunque, alcune questioni legate all’edizione a stampa della Storia, ma altrettanto problematiche sono da considerare le vicende del manoscritto che ovviamente precede l’opera pubblicata. Infatti, seguendo le indicazioni di Dom Basilio M. Caminada, si può ipotizzare l’esistenza di almeno due manoscritti della Storia, il primo dei quali, più antico e attualmente disperso, servito come base per l’edizione napoletana del testo e dettato da Tromby al suo scriba Don Bruno Pisani, mentre il secondo, non utilizzato per la pubblicazione, pare essere “[…] piuttosto la copia effettuata dal Pisani in un secondo tempo; controllata tuttavia dal Tromby, ma sempre di seconda mano ed evidentemente meno preziosa, meno autorevole dell’altro esemplare”. Dell’esistenza di questo duplice manoscritto, di cui soltanto uno attualmente superstite, si può avere riscontro innanzitutto a partire da due biglietti sicuramente di pugno di Tromby e vergati con una scrittura che non coincide con quella del testo sopravvissuto, la quale sembra essere, invece, identica alla grafia di un Diarium Sacrum in tredici volumi, anch’esso depositato nell’archivio della Certosa serrese, indubbiamente di mano del già richiamato Don Bruno Pisani. Non solo, ma proprio uno dei due biglietti autografi di Tromby (foto in basso) informa dell’esistenza di un’altra copia del manoscritto, esistenza che si può inferire, oltre che da altri particolari su cui qui non ci soffermiamo, anche considerando che l’esemplare manoscritto della Storia attualmente presente a Serra non risulta contenere cancellature significative ed esibisce una scrittura nitida, chiara, ben posata, evidenza che non può certo far propendere per una copia di lavoro, inevitabilmente soggetta a continui ripensamenti e a conseguenti interventi di correzione, sostituzione, interpolazione. E allora, che fine ha fatto il manoscritto più antico della Storia attualmente scomparso (e si consideri che si tratta di un esemplare composto da numerosi volumi), quello che, come si può congetturare, fu la copia di lavoro del monaco? Consente di avanzare un’ipotesi una cronaca ottocentesca della Certosa di Serra San Bruno nella quale si racconta, a proposito “del manoscritto di Tromby”, di una consegna di denaro da parte dei certosini serresi al padre di “una presunta discendente del nostro storico” e  della richiesta di quest’ultima finalizzata alla restituzione del manoscritto medesimo, con conseguente riconsegna ai monaci della somma da loro donata, poiché tale famiglia avrebbe soltanto prestato e non venduto l’opera. La cronaca certosina racconta di uno scambio epistolare intorno alla questione che si sarebbe concluso con una nulla di fatto, senza restituzione della somma e senza restituzione, almeno in quel frangente, del manoscritto. Non è semplice accertare, allo stato dei fatti, se il manoscritto in parola sia la seconda copia redatta dal Pisani (e quindi coincidente con l’esemplare oggi conservato presso l’archivio del monastero di Serra San Bruno) oppure se si possa trattare del primo manoscritto (che, in tal caso, non essendo presente a Serra, sarebbe stato successivamente restituito ai suoi possessori, con l’evidente conseguenza che, adesso, se non ulteriormente trasferito da qualche altra parte, potrebbe trovarsi nella disponibilità degli eredi della suddetta famiglia), ma ci troviamo in presenza di una traccia che, quanto meno, permette di formulare un’ipotesi sulla dispersione di tale importantissimo reperto, apre uno spiraglio sulla soluzione di una delle tante dolorose vicende che occorsero al patrimonio culturale della Certosa nei decenni successivi al terremoto settecentesco.

*Storico, antropologo e scrittore, cura per il Vizzarro la rubrica Nuvole

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