Domenica, 10 Marzo 2024 08:25

Cinquecento anni dopo. L’anniversario di un libro e delle prime immagini serresi

Scritto da Tonino Ceravolo*
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I cani di Ruggero scoprono S. Bruno nei boschi delle Serre (a destra) e La scena della morte di S. Bruno (a sinistra) I cani di Ruggero scoprono S. Bruno nei boschi delle Serre (a destra) e La scena della morte di S. Bruno (a sinistra)

In tempi di Codice da Vinci e di intricati e presunti misteri sul Graal e sulle figure connesse a questo mito non è, forse, stranissimo che pure a un libro che nulla ha a che fare con gli enigmi del cristianesimo delle origini possa essere toccato in sorte, grazie a una pubblicistica spesso pochissimo o per nulla informata, di tramutarsi in un “enigma avvolto in un mistero”, se è vero che può bastare un attimo a trasformare in inesistenti misteri (e tante volte in complotti) le cose che non si sanno. E questo è stato il caso dell’importante volume che reca questo record bibliografico: Brunonis, Carthusianorum Patriarchae […], Opera & Vita post indicem serie literaria indicanda, Paris, Venundantur Jodoco Badio Ascensio sub gratia & privilegio post vitam explicandis, 1524, di cui quest’anno si ricorda il quinto centenario della pubblicazione e che altro non è che la prima edizione a stampa delle opere attribuite a San Bruno, arricchita, come avremo modo di dire, da una serie di altri testi di sicuro rilievo. Mezzo millennio, tanto è passato da quando, in circostanze per l’ordine certosino sicuramente eccezionali, vide la luce - “Sub pascha. MDXXIIII. ín typographia Ascensiana”, come recita il suo colophon - un’opera che si sarebbe proiettata anche nei secoli successivi in virtù dell’edizione del 1611 delle Opera omnia di Bruno per le cure di Theodor Petreio e del loro successivo inserimento nella Patrologia Latina del Migne nel 1853. E della ricorrenza di questo 1524, mezzo millennio addietro appunto, sembra opportuno fare memoria.

Una Lettera senza autore e il “codice” di San Bruno

A muovere dal fatto che se un equivoco, un misunderstanding, in merito a questo corposo volume è potuto insorgere lo si deve a qualche cattiva lettura di un opuscolo di trentacinque pagine, intitolato Lettera d’un religioso certosino indritta al signor D. Saverio Mattei in cui si dimostra essere di S. Brunone fondatore dell'Ordine de’ Certosini, i Sermoni, i quali voglionsi da taluni attribuire a S. Bruno Astense Vescovo di Segni e pubblicato a Napoli, nella stamperia Simoniana, nel 1788. Un “giallo” letterario, quello di cui la Lettera potrebbe essere considerata l’origine, davvero minuscolo, meglio ancora infimo e, anzi, insussistente, se sol si pensa che nell’anonima epistola al Mattei (Montepaone, 1742 – Napoli, 1795) sopra ricordata il termine “codice” non ha altro significato se non quello che tecnicamente deve avere, di “libro manoscritto formato di più fogli, in opposizione al rotolo” e “in bibliologia, libro manoscritto, in opposizione al libro stampato, e soprattutto con riferimento ad età anteriore alla diffusione della stampa” (Treccani), con l’ovvia conseguenza che, direbbe Wittgenstein, l’enigma non v’è. Leggiamo l’anonimo monaco epistolografo: “In quella Certosa dunque, dopo esser a noi ritornata, fu ritrovato un Codice antichissimo delle Opere di S. Brunone fondatore della Certosa col titolo: Incipit liber Magistri Brunonis, qui Carthusiam instituit, scritto collo stesso carattere di tutta l'Opera. Le Opere scritte in detto Codice erano I. L'esposizione sopra tutti i Salmi di Davide. II. L'esposizione sopra tutte le Pistole di S. Paolo Apostolo. III. Alcuni Opuscoli, o siano Sermoni delle Lodi, e degli ornamenti della Chiesa, del nuovo Mondo, delle Feste del Signore, delle Lodi della Beata Vergine, de’ Martiri, de’ Confessori, delle Vergini &c. Questo Codice trovato da PP. Commessarj, che andarono a prendere il possesso della Casa di S. Stefano, fu mandato alla gran Certosa di Granoble, come ce lo conferma il nostro D. Costanzo de Rigetis primo Rettore di detta Casa dopo la restituzione, nel suo Opuscolo manoscritto della ricuperazione di S. Stefano del Bosco, che da me si conserva. Frattanto fu canonizzato il nostro Fondatore da Papa Leone X, ed essendo asceso al Generalato il nostro Padre D. Guglielmo Bibaucio, uomo santo, e dotto, come ce lo dimostrano li suoi Sermoni Capitolari, ed altre Opere più volte date alle stampe, pensò egli di pubblicare colle forme di Parigi le Opere del Santo nostro Fondatore. Avendo esaminato il Codice di S. Stefano, e confrontatolo coll'altro Codice, anche antichissimo, ch'esisteva nella Gran Certosa, l'inviò a Parigi a Jodoco Badio Ascensio, acciò lo pubblicasse”. Laddove, la vera notizia interessante è che il testo a stampa del 1524 avrebbe avuto due testimoni manoscritti, uno “calabrese” (inviato da Serra a Grenoble nei frangenti della cosiddetta “recuperazione” cinquecentesca del monastero all’ordine certosino) e un altro “francese”, dalla cui collazione dom Guglielmo Bibaucio avrebbe fatto scaturire la pubblicazione presso lo stampatore Josse Bade van Assche. Pubblicazione che, a dire del nostro anonimo, avrebbe avuto, peraltro, la sua edizione originale nel 1521 (e non nel 1524 come comunemente si ritiene), pur se di tale editio princeps, allo stato, non sembra documentato, a conoscenza dello scrivente, alcun esemplare. 

Un volume, sei xilografie e due immagini serresi

E per richiamare il contesto all’interno del quale l’edizione ascensiana delle opere di San Bruno del 1524 era stata prodotta si faceva cenno, prima, a circostanze eccezionali per l’ordine certosino, tanto che, a questo punto, periodizzare si deve per orientarsi meglio nel cammino, ponendo ben mente alle date, vera bussola per gli eventi accaduti. Alla fine del XV secolo il Capitolo generale dell’Ordine concepiva, infatti, per la prima volta dopo il passaggio della casa calabrese ai cistercensi nel 1192, il recupero del monastero di S. Stefano del Bosco, oggi Certosa di Serra San Bruno, e poco tempo dopo venivano ritrovate le reliquie di Bruno e Lanuino. Ancora pochissimi anni e nel 1513 il monastero calabrese veniva “restituito ai certosini”, mentre nel 1514, con “oracolo di viva voce”, Leone X, autorizzava il culto di San Bruno all’interno dell’Ordine. In altri termini, nel volgere di nemmeno un ventennio, si era compiuto un processo storico complicato, che aveva visto il reintegro dei certosini a Serra, il primo atto del riconoscimento ufficiale della santità di Bruno e, su un piano più generale, il consolidamento dei connotati identitari dell’Ordine, che trovava i propri punti di forza proprio nel recupero della Certosa calabrese e nella beatificazione di Bruno, nonché nella raccolta delle diverse redazioni delle consuetudini certosine pubblicate nel volume Statuta ordinis cartusiensis a domno Guigone priore cartusie edita stampato a Basilea, da Johannes Amorbach, nel 1510. Con la pubblicazione di questo smagliante post-incunabolo ci troviamo al punto d’incontro tra la storia dei fatti e la storia della cultura, perché gli avvenimenti che abbiamo rapidamente descritto iniziavano a trovare, da questo momento, importanti riflessi anche in opere a stampa che avrebbero conosciuto una significativa circolazione in Europa, soprattutto (e ovviamente) nelle raccolte librarie monastiche. Una chiara testimonianza era offerta pochi anni dopo dalla Vita beati Brunonis che dom François Du Puy, priore generale dei certosini, pubblicava nel 1515 a Basilea, presso Johann Froben, con altri materiali, quali i Titoli funebri, sulla vita di San Bruno e dal volume qui in parola, edito, come abbiamo detto, a Parigi nel 1524 da Jodocus Badius Ascensius. In tale volume trovavano posto il Commento ai Salmi e alle lettere di San Paolo (ambedue attribuiti dalla tradizione, sebbene non uniformemente, a Bruno), una serie di opuscoli (De laudibus ecclesiae, De ornatu ecclesiae, De novo mundo, ecc.), la vita di San Bruno composta dal Du Puy e già edita nel 1515, un poema di 1206 versi di Zaccaria Benedetto Ferreri sulle origini dell’ordine certosino e un carme apologetico di 100 versi del certosino Giacomo Girolamo in lode della profonda dottrina di Bruno. Arricchivano il volume sei straordinarie xilografie, visibili ai lettori del Vizzarro nelle immagini all'interno di questo articolo, che illustravano alcuni momenti salienti della vita di San Bruno e tra le quali, per la prima volta, erano raffigurati due episodi del periodo calabrese del santo (la scoperta, a opera dei cani di Ruggero il Normanno, di Bruno in preghiera nei boschi delle Serre e la scena della morte). Un’ulteriore testimonianza, quest’ultima, dell’indistruttibile filo rosso che legava le due epoche dell’esperienza monastica di Bruno, la prima nel Delfinato francese (1084 – 1090) e la seconda nelle Serre calabresi (1091 – 1101). 

La "resurrezione" di Raymond Diocrés davanti a S. Bruno

Riflessi visivi di un “illeggibile” poema

Ma l’importanza del volume del 1524 è da richiamare ancora per un altro elemento, a cui è necessario dedicare qualche passaggio, se è vero che il poema di Zaccaria Benedetto Ferreri sopra ricordato - intitolato De origine sacri carthusiensis ordinis e giudicato qualche decennio addietro addirittura “illeggibile” da dom Maurice Laporte anche per il suo essere sovraccarico di un “guazzabuglio mitologico, nel cattivo gusto del Rinascimento pagano” - costituì, come ha dimostrato Giovanni Leoncini, una fondamentale fonte letteraria per i successivi cicli iconografici secenteschi di Lanfranco-Krüger e di Le Sueur-Chauveau. Di fatti, se i versi in latino di Zaccaria Ferreri conobbero una circolazione inevitabilmente condizionata dalla lingua nella quale erano composti, probabilmente maggiore dovette essere la diffusione dei loro riflessi visivi nelle tavole lanfranchiane della Vita S. Brunonis Cartusianorum Patriarchae - impresse ben tre volte tra il 1620-21, epoca della loro prima edizione, e il terzultimo decennio del XVIII secolo - e nelle stampe tratte dal ciclo di Le Sueur, oggi visibile presso il Museo del Louvre, che ebbero numerose edizioni sino ad anni relativamente recenti, attestando una storia di concatenazioni e scambi tra testi e immagini, tra scrittura verbale e “scrittura” iconica. Certamente, anche il componimento di Ferreri, la cui stesura risale al 1508, risentiva dell’atmosfera diffusa nell’ordine certosino nei primi anni del Cinquecento (ordine in cui Ferreri era temporaneamente entrato proprio in quel medesimo 1508) e si collocava all’interno di un mosaico composito del quale costituiva una tessera significativa, nell’obiettiva coincidenza tra la sua pubblicazione e un contesto di forte “tensione” spirituale e agiografica, fornendo il proprio contributo mediante una narrazione in versi nella quale erano disseminati, com’è consueto in composizioni di questo tipo, non pochi elementi leggendari e apocrifi della vita del santo. E proprio in questa connessione tra le leggende agiografiche consacrate dalla tradizione letteraria e le molte raffigurazioni prodotte sulla vita di Bruno è da individuare l’elemento decisivo  che, a partire dall’essenziale e scarno resoconto dell’antica Cronaca Magister e dalle brevi notizie della Vita Sancti Hugonis di Guigo, avrebbe per molti secoli fatto diventare episodi spuri, non attestati dalle fonti contemporanee, un fondamentale contrassegno dell’esperienza brunoniana tra la Francia e la Calabria.

Sette stelle guidano il cammino di S. Bruno e dei suoi primi compagni

S. Bruno e i suoi primi compagni davanti a Sant'Ugo di Grenoble (si legge da destra a sinistra)

Sant'Ugo guida S. Bruno e i suoi compagni verso la Chartreuse

La costruzione del monastero della Chartreuse

*Storico, antropologo e scrittore, cura per il Vizzarro la rubrica Nuvole

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