Domenica, 13 Agosto 2023 08:01

Storie serresi di Ferragosto. L’Assunta, il suo doppio e una tragica morte

Scritto da Tonino Ceravolo
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Piazza San Giovanni in una foto d'epoca Piazza San Giovanni in una foto d'epoca

Agosto 1094, quasi mille anni fa. È a quell’epoca che occorre risalire per ritrovare le prime tracce di una celebrazione della festa dell’Assunzione della B. V. Maria nel territorio dell’attuale Serra San Bruno, quando, in occasione della sua ricorrenza, venne consacrata e dotata, dall’arcivescovo di Palermo Alcherio, dinanzi ai vescovi di Mileto, Tropea, Nicastro, Catania e Squillace, la chiesa dell’eremo della Torre, nucleo primitivo dell’insediamento bruniano, come attesta un documento coevo, oggi messo in discussione riguardo alla sua autenticità, da cui si ricava la presenza alla cerimonia anche di Adelaide del Vasto, terza moglie di Ruggero il Normanno.

Una confraternita di artigiani

Per ricostruire le tappe principali della vita della prima confraternita dell’Assunta a Serra, quella di Terravecchia, vengono, d’altra parte, in soccorso due fonti epigrafiche poste ai lati del portale interno della chiesa della congregazione. Fondata nel 1694 anche grazie all’opera di incoraggiamento svolta dal cappuccino Padre Antonio da Olivadi, la confraternita di Maria SS. Assunta in Cielo ebbe l’approvazione regia da parte di Ferdinando I di Borbone l’1 dicembre del 1766. Successivamente, il 18 giugno 1806 il pontefice Pio VII concedeva l’esposizione del SS. Sacramento e la benedizione al popolo nei giorni di sabato e nelle feste mariane di ogni anno; il 9 giugno 1830 mons. Giuseppe Pellicano, vescovo di Gerace (diocesi nella quale ricadeva, all’epoca, il comprensorio di Serra), consacrava la chiesa e il 17 giugno 1857, il vescovo di Squillace, mons. Concezio Pasquini, confermava questi privilegi concedendo ulteriormente il canto delle lodi in onore della Vergine durante il mese di maggio. La presenza della Certosa a Serra ci consente di introdurre una nuova tessera del mosaico, perché la chiesa della confraternita da un lato è l’erede della chiesa di San Giovanni - non a caso intitolata al medesimo santo a cui fu dedicata, insieme a Maria, la prima chiesa dell’eremo della Torre - e dall’altro rappresenta il luogo sacro, esemplarmente conosciuto a livello popolare con la denominazione di “chiesa della panella”, in cui, secondo la tradizione, i monaci certosini si recavano per distribuire il pane ai poveri del territorio. Altre notizie interessanti si possono rintracciare mediante una ricognizione nel Catasto onciario di metà Settecento. Qui troviamo censita la chiesa di San Giovanni Battista e la Cappella e Congregazione di S. Maria Assunta, che si segnalano per la netta differenza nel quadro patrimoniale. Infatti, laddove la seconda possedeva 115 pecore per una rendita di 19.05 once, 4 vacche per una rendita di 6.20 once, 3 vitelli non apprezzati ed esigeva numerosi censi da diverse persone, la prima, se si eccettuano 10 pecore per una rendita di once 1.20, non deteneva alcun bene. Questi dati ponevano la situazione reddituale della Congregazione dell’Assunta immediatamente dopo quella della chiesa Matrice, che aveva un reddito netto più alto (224.10 once contro 123.12) e che rappresentava la realtà ecclesiale certamente più rilevante, come dimostra l’elevato numero di cappelle che vi erano erette (cappella del Santissimo Rosario, di S. Maria delle Grazie, di S. Maria della Neve, di S. Giuseppe, di S. Antonio da Padova, di S. Anna, del Santissimo Sacramento, del Santissimo Rosario e di S. Maria del Carmine). Occorre ancora sottolineare che, a dire di Don Bruno Maria Tedeschi, autore nel 1859 dell’articolo Serra pubblicato in Il Regno delle Due Sicilie descritto e illustrato diretto da Filippo Cirelli, la “gran parte” dei confratelli dell’Assunta appartenevano “alla classe più povera di artigiani”, ma, ugualmente, andavano “emulando nelle spese per la pompa del culto della Titolare, coi confratelli dell’Addolorata; alla cui imitazione hanno adottato ancora il progetto di un’altra Cappella mortuaria nel Camposanto”. 

Il terremoto settecentesco e il paese duplicato: il caso della morte del Palello

Questa storia di lungo periodo che ogni anno ha il suo culmine nella festa di Ferragosto si intreccia indissolubilmente a una vicenda fondamentale per la storia più vasta della comunità locale, quel “raddoppio” del paese di Serra, in seguito al grande e spaventoso sisma del 1783, che avrebbe costituito nei secoli successivi uno dei suoi tratti distintivi. Non appare, perciò, fuor di luogo ricordare l’esito drammatico di un episodio ottocentesco, accaduto in occasione della festa della titolare, che, a ben vedere, può considerarsi esemplare della tradizione di “duplicazione” del paese, chiaramente visibile proprio nelle celebrazioni della festività dell’Assunta. Si tratta dell’episodio della morte del “Palello” e la citazione è tratta dalla Platea della chiesa Matrice di Serra: “Era il giorno 15 agosto 1860. Nell’atto che si eseguiva la Processione della Vergine nella Città, e l’altra nella sezione Spinetto, talune donne petulanti, che seguivano questa ultima, invece di pregare, discutevano dell’arrivo de’ soldati nelle famiglie, e delle belle cose da essi raccontate: della venuta delle truppe da Torino e delle loro rapine, e fra di loro si dimandavano: chi sa se anche qui verranno e ci toglieranno le nostre cose? Una rispose: ci penserà la Madonna – Una terza, che era tutta orecchie, e che stava dietro, interpretò che vengono a prendersi la Madonna – Disse ciò ad un’altra: questa aggiunse e gridò: vengono da Terra Vecchia a levarsi la Madonna. Tale parola si propagò in un momento: fu un parapiglia, una generale rivolta, un inferno – Tutti corsero a prendere armi, e chi scure, chi ronche, chi bastoni, e si avviarono fremendo per la Città – In un baleno, tale notizia giunse nella Città, allorché la processione era innanzi al Palazzo de’ Signori Tucci, ed ecco tutto il popolo allarme – I tempi erano tempestosi. La Processione fu sciolta. La Statua, in fretta, fu portata nel Palazzo Peronacci, e subito Guardie, cittadini e popolo, armati per resistere furono nel Largo S. Giovanni, mentre gli Spinettesi arrivano sul ponte – Fu loro intimato di tornare indietro; ma essi sordi, si avanzavano sempre – Allora si sono sparati vari colpi di fucile, ed un certo Palello, che la faceva da duce, cadde ucciso sul ponte ed altri sono stati feriti – A tale vista la ciurma si spaventò e batté ritirata – Vi furono grida, schiamazzi, minacce, bestemmie, agitazione in tutto il paese e vigilanza fino alla notte – Le Funzioni di Chiesa furono sospese – Per più giorni, sull’accaduto parole e discorsi e poi altri avvenimenti richiamarono l’attenzione del popolo”. L’equivoco che aveva innescato la tragica morte del Palello (il presunto tentativo di trafugamento della statua dell’Assunta di Spinetto) non potrebbe comprendersi se non risalendo alle origini, quando, dopo il terremoto settecentesco, la configurazione urbana di Serra fu sottoposta a una profonda trasformazione, facendo sorgere, a poca distanza dall’antico centro, il nuovo insediamento di Spinetto, ben presto entrato in competizione con il nucleo primitivo. Con la nascita del nuovo quartiere, caratterizzato da una significativa presenza operaia e definito da Emilia Zinzi un unicum nell’urbanistica calabrese, prendeva l’avvio quel fenomeno di duplicazione del paese e dei suoi riti religiosi di cui il terribile episodio di sangue rappresenta la manifestazione più esasperata. Nel neonato Spinetto, infatti, si “proiettava” parte del vecchio abitato di Serra (la “Terra Vecchia”, appunto) - che, così, ne costituiva il primo nucleo demico - e, per le funzioni religiose, veniva data vita a una nuova chiesa, intitolata anch’essa all’Assunta, nella quale era trasportata la statua della Vergine, opera barocca napoletana della fine del Seicento, appartenuta alla chiesa originaria. A fronte di un “originale” perduto, che, sebbene richiesto nel momento della ricostruzione della chiesa di Terravecchia, non venne più restituito, l’identità religiosa dei fedeli rimasti nell’antico nucleo cittadino trovò di nuovo modo di saldarsi grazie a una sua copia, opera di uno scultore di una bottega serrese. Le dinamiche scaturite nella struttura civile e religiosa del paese nel periodo post-terremoto, alle quali non rimasero estranei nemmeno i conflitti tra la vecchia Chiesa madre e la nuova chiesa di Spinetto, condussero, in questo modo, al “raddoppiamento” di elementi fondamentali della vita cittadina precedente il 1783: due chiese, due confraternite, due statue, due processioni, dedicate all’Assunta. Un meccanismo di duplicazione che condusse, in particolare nel XX secolo, a una concorrenzialità resa evidente nella contemporanea doppia festa civile, con doppio palco – uno a Spinetto e uno a Terravecchia - per le esibizioni musicali e doppi fuochi pirotecnici finali.

Due feste dell’Assunta o una?

Ora, che la festa civile si è, da diversi anni, riunificata, una pagina di Sharo Gambino, tratta da Sull’Ancinale, dà conto della persistenza di una mentalità radicata nell’idea delle due feste, nel momento in cui, nei primi anni Cinquanta del Novecento, un decreto vescovile avrebbe già voluto porre termine alla due celebrazioni separate: “Eccellenza, io mi confesso. Non dalle prime mosse nella Diocesi vi ho accettato. Vi illudeste che poteva bastare un decreto perché un secolo e mezzo di storia sulla corrente dell’Ancinale passasse nel ripostiglio dei ricordi. «Che si crede – dissi – Senza saper come né quando, seduto a tavolino, ordina che Terravecchia e Spinetto s’accordino, e spera che sentano lui e non centosettant’anni di suoni che permangono immoti nell’aria sul ponte, urti di pugni, schiaffi, ingiurie, fischi di sassi – anche miei, Eccellenza – gemiti di feriti, trionfi di vincitori? Si pretenderebbe, in sostanza, che, nelle sere di mezzagosto, la gente si radunasse attorno ad un unico palco per ascoltare un unico concerto, che assistesse ad un unico spettacolo di fuochi e che il domani seguisse un’unica processione? Niente affatto. Qua deve restare il passaggio sull’Ancinale da un concerto all’altro, ed i maschiari a mezzanotte dovranno fare miracoli di gara, e domani una processione a Spinetto e un’altra a Terravecchia. Pacifica, la guerra continui, se no chi ci assicura che i morti, indignati, non verranno a prenderci per i piedi?». […] Insomma, Eccellenza, è chiaro: spinettari e terravecchiari non vogliono che pugni, sassate, bastonate e qualche altra cosetta ancora siano stati menati inutilmente. Comuni, certo, i monti di fichidindia e le piramidi di rossi cocomeri, comune il piatto di melanzane ripiene, comune la folla eccezionale che ingombra per due giorni lo stradone assiepato di bancarelle, comune – è quel che conta – la fede nell’Assunta, ma il resto ognuno per conto suo”. Traduzione letteraria di convinzioni all’epoca molto diffuse, il testo di Gambino compendia in maniera esemplare il nocciolo autentico di una storia (e di tante storie individuali e collettive) che ha costituito e costituisce uno dei fattori identitari della comunità, un suo contrassegno riconoscibile e, proprio per questo, difficile da plasmare diversamente dall’esterno, come il decreto episcopale avrebbe voluto.

*Storico, antropologo e scrittore, cura per il Vizzarro la rubrica Nuvole

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