Domenica, 16 Aprile 2023 08:15

Il collezionista della “Certosa perduta”

Scritto da Tonino Ceravolo*
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La biblioteca della Certosa di Serra nel 1921 La biblioteca della Certosa di Serra nel 1921

Nella storia della “Certosa perduta” che stiamo raccontando in diversi appuntamenti di questa rubrica, delle sue opere d’arte, dei suoi libri, dei suoi manoscritti, dispersi nei decenni successivi al terremoto settecentesco, giocano un ruolo di un certo rilievo un uomo - il conte Vito Capialbi di Monteleone, oggi Vibo Valentia - e un luogo, la sua “domestica libreria”, nella quale confluirono preziosi materiali cartacei appartenuti al monastero serrese di S. Stefano del Bosco. Un uomo e un luogo sicuramente non di secondo piano nelle vicende culturali che interessarono la Calabria meridionale nella prima metà del secolo XIX.

Uno degli uomini più intelligenti e colti dell’Italia meridionale

Cultore delle lingue antiche, appassionato collezionista, coltissimo bibliofilo, “custode” di una biblioteca (la “domestica libreria”) nella quale trovavano posto pregiati codici manoscritti, pergamene, incunaboli e cinquecentine, Vito Capialbi era nato a Monteleone, nella Calabria Ultra II, il 30 ottobre del 1790 (e nella medesima Monteleone sarebbe morto il 30 ottobre del 1853) in una famiglia giunta in Calabria alla fine del XV secolo. Qui, dopo studi soprattutto di diritto e teologia, aveva cominciato a praticare una cultura erudita di cui costituiscono una fondamentale testimonianza i numerosi Opuscoli da lui dati alle stampe. In tali Opuscoli aveva riversato i risultati delle sue ricerche, avendo come interlocutori anche personaggi di rilievo della cultura europea coeva quali Theodor Mommsen, Eduard Gerhard, Olaus Christian Kellermann, sino a figure degli ambienti napoletani dell’epoca come il Prefetto della Real Biblioteca Borbonica Cataldo Jannelli, Pietro Bellotti (commissario onorario dell’Istituto di Corrispondenza Archeologica) e il direttore del Real Museo Borbonico e Soprintendente generale degli scavi del Regno Francesco Avellino. La sua fama non era sfuggita a Craufurd Tait Ramage, che nel 1838 era giunto a Monteleone non trascurando di visitare il “museo di antichità” dell’erudito monteleonese: “Il Canonico Jorio, letterato di vasta cultura e noto a tutti i viaggiatori inglesi che visitano Napoli, aveva avuto la cortesia di darmi una lettera di presentazione per il signor Capialbi, uno degli uomini più intelligenti e più colti dell’Italia meridionale, la cui famiglia si era distinta per il suo amore per la letteratura. Egli possiede un museo di antichità nel quale sono conservate molte medaglie, monete, e vasi di gran pregio; la permanenza dei francesi in queste parti ebbe per lui conseguenze disastrose, poiché lo spogliarono di gran parte delle sue collezioni e quando partirono molti di questi preziosi oggetti andarono perduti” (Viaggio nel Regno delle Due Sicilie, De Luca, 1966, p. 216). Tuttavia, il suo starsene rinserrato dentro l’ambiente calabrese, nella vita e negli interessi di studio, non lo aveva isolato dai circoli culturali del suo tempo, se era riuscito a diventare referente di consorzi scientifico-accademici italiani e stranieri, come si può constatare dall’affiliazione di Capialbi a diverse accademie, sia di ambito locale (i Florimontani monteleonesi, gli Affatigati di Tropea, il Crotalo di Catanzaro) sia di collocazione extra-regionale, tra le quali occorre almeno ricordare l’Accademia di Scienze e Belle Lettere di Palermo, la Reale Accademia ercolanese di Archeologia, l’Accademia dei Georgofili e senza dimenticare alcuni istituti internazionali come la Società Reale degli Antiquari del Nord di Copenaghen e l’Istituto d’Africa parigino.

Le “carte” perdute della Certosa di Serra San Bruno

Eminente studioso di cose calabresi (per quanto “archeologo provinciale” secondo la definizione di Maurizio Paoletti), gli interessi rivolti da Vito Capialbi verso la Certosa di Serra San Bruno possono collocarsi a un punto di intersezione tra la sua passione antiquaria, di cui era visibile e notevole testimonianza il “museo di antichità” visitato da Craufurd Tait Ramage nel 1838, e la sua tendenza per l’erudizione, attraverso una sorta di “circolo” tra l’impegno per la raccolta di vetuste memorie e l’utilizzo di quelle memorie nella sua attività di studioso. Infatti, la sua “domestica biblioteca” ospita importanti reperti cartacei provenienti dal monastero e dispersi dopo il terremoto del 1783 e fornisce, nel medesimo tempo, anche in virtù del fatto di essere diventata ricettacolo di quelle venerabili carte, materiali di studio che Capialbi travasa in brevi note o in più ampi resoconti sulla storia dell’insediamento monastico, come nel caso dell’opera Ad Theatrum Chronologicum Cartusiae SS. Stephani et Brunonis de Nemore additamentum ab ann. MDCCXXI ad MDCCCXLIV (Napoli, Typ. Porcelli, 1853). E proprio in una sintetica annotazione, depositata per la stampa all’interno della più ampia divagazione intitolata Sugli archivi delle due Calabrie ulteriori. Rapido cenno edita a Napoli nel 1845, Capialbi aveva riepilogato la situazione e la destinazione dopo il 1783 delle carte originariamente custodite nell’archivio della Certosa di Calabria: “Di essi buona parte forse la più preziosa per vetustà e per oggetti fu trasportata nell’archivio di Castel Capuano, e forma la sezione più importante dei documenti normanni, e svevi dell’archivio generale del Regno, il quale con ottimo divisamento si è nel corrente anno situato, e raccolto nell’ampio, e ben disposto, locale di S. Severino; una picciola porzione degli stessi diplomi rimase presso il Reverendissimo P. Benedetto Tromby coll’occasione che ne compilava la storia dell’Ordin suo, e questi ritiratosi nella città di Monteleone sua patria, ivi morto nel 1788, si è dispersa; ed il restante in massimo numero si consegnò agl’incaricati della così detta Cassa Sacra, che li fecero collocare in Catanzaro, ove per le replicate traslazioni delle carte stesse in diversi locali umidi e mal custoditi, soffrì gravissime perdite e dispersioni”.

Libri e manoscritti certosini nella “domestica libreria” di Vito Capialbi

Taceva, tuttavia, l’erudito monteleonese su quanto dieci anni prima aveva, invece, “rivelato” intorno al ruolo, indubbiamente significativo, che proprio la sua “domestica biblioteca” aveva avuto nell’acquisizione di carte e manoscritti appartenuti alla Certosa di S. Stefano. Come si legge, infatti, nell’appendice Sopra alcune biblioteche di Calabria, aggiunta alle Memorie delle tipografie calabresi (1835), lì erano confluiti, oltre a un fondamentale Theatrum Chronologicum Magistrorum, Abbatum, et Priorum hujus Eremi Calabriae S. Mariae de Turri, et Cartusiae SS. Stephani, et P. N. Brunonis […],  concluso da Dom Bartolomeo Falvetti nel 1721, alcuni altri documenti provenienti dal monastero serrese: un’anonima Vita S. P. Brunonis del XVII secolo; un volume cartaceo in folio di cui viene riportato il titolo come Fratris Andreae Panonii  ordinis Carthusiensis super Cantica Canticorum Salomoni expositio devotissima, una cum brevi, et morali B. Gregorii Papae expositione, quae in marginibus ponitur; un volume liturgico del 1584 “indicante i modi di convocare i capitoli, eseguire le vestizioni, le professioni, i funerali, e tutti gli altri offici del Chiostro, del Coro e della Chiesa”; un Opusculum del XVI secolo intorno alla vita e ai miracoli di San Bruno e sugli “uomini illustri” per dottrina e santità fioriti dentro l’ordine certosino, donatogli dal serrese e arcivescovo di Rossano Mons. Bruno Maria Tedeschi, ma la cui provenienza, c’è da ritenere, doveva essere pur sempre il monastero certosino. Né mancavano pergamene della Certosa di natura patrimoniale come le due, datate 1223 e 1226, che Capialbi aveva dato alle stampe nelle Memorie per servire alla storia della Santa Chiesa Miletese. E tra i tanti manoscritti che vi erano conservati erano andate a finire pure diverse opere di Dom Dionisio Di Grano, “buon poeta latino, ed italiano”, esperto di Canoni, Dogmatica e Morale, monaco della Certosa di S. Stefano, tra le quali una Parafrasi in versi latini di una canzone del P. D. Stefano Manfredi Certosino sopra le calamità dell’anno 1743, e spezialmente sul terremoto accaduto la notte di S. Ambrogio a 7 dicembre di detto anno alle ore 7 min. 45. Per non dire dell’esemplare dei dieci volumi della Storia critico-cronologica diplomatica del Patriarca S. Brunone, e del suo ordine Cartusiano di Dom Benedetto Tromby (Napoli, Vincenzo Orsino, 1773-1779), già segnalato in un precedente articolo, “il quale è appunto quello dall’autore addetto a proprio uso”, su cui Vito Capialbi si sofferma in un’epistola all’abate Antonio Lombardi indugiando sulla descrizione dei “rami” (tra cui le pregiate incisioni di scene della vita di San Bruno tratte da un prototipo secentesco dovuto a Giovanni Lanfranco e a Theodor Krüger) che adornano l’opera. Tuttora sottratta alla circolazione tra gli studiosi, questa raccolta di opere provenienti dalla vasta biblioteca della Certosa di Serra San Bruno, nella quasi totalità dispersa in seguito al sisma del 1783, costituisce, come si vede, un significativo “paragrafo” nella storia di quelle dispersioni, un ulteriore tassello per la ricostruzione di una vicenda nella quale, allo stato attuale della ricerca, a prevalere sono le lacune.

*Storico, antropologo e scrittore, cura per il Vizzarro la rubrica Nuvole

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