Domenica, 14 Aprile 2024 09:24

Quando il “partito” della Matrice distrusse la “terza chiesa” di Serra

Scritto da Tonino Ceravolo*
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Il “tempio della discordia” è la definizione che Sharo Gambino dà della “terza chiesa” in una pagina di Sull’Ancinale, quel luogo di culto che a Serra nel XIX secolo sorse e scomparve in meno di un fiat.  E che fosse della “discordia” lo dimostra ampiamente questa vicenda, che divise gli animi e scisse il clero in due fazioni, come se già non fosse bastato il terribile terremoto di pochi anni prima, portatore anche di lutti, a turbare una comunità che a causa di quel tempio (anche se non solo per quello) si ritrovava incarognita proprio nel periodo complicato della ricostruzione post-sisma. E occorre aggiungere che non bisognerebbe considerarlo come un semplice episodio, una parentesi, poco più che una nota al margine, uno tra i tanti fatti che accadono nella storia di un paese, poiché è, invece, uno di quegli eventi per i quali la storia degli effetti risulta più importante dell’evento stesso. Una storia, cominciata con le distruzioni provocate dal movimento tellurico settecentesco, che modellò, nel tempo successivo, pure una parte dell’identità locale, ragion per cui, da oltre due secoli, si è “serresi” ma anche “terravecchiari”, “serresi” ma anche “spinettari” (e qui il discorso sull’identità ci condurrebbe davvero molto lontano, perché si tratterebbe anche di capire quando ci si sente più “serresi” e quando, invece, più “terravecchiari” o “spinettari” e quali altri elementi vanno a comporre e strutturare, nel caso dell’appartenenza e del riferimento a un luogo, questo oggetto, spesso sfuggente e indefinibile, che denominiamo identità).

Un “fanatismo furioso”, un “tafferuglio indicibile” 

Partiamo dalle scarne ed efficaci note di don Bruno Maria Tedeschi (1830 – 1878) consegnate alle pagine dell’articolo su Serra per Il Regno delle Due Sicilie descritto e illustrato del 1859: “Accresciuto il paese dopo il terremoto del 1783 col nuovo villaggio di Spinetto, fu di mestiere alzare una nuova chiesa per comodo di quella popolazione; quindi il Clero si suddivise in due parti, ma conservando l’unità della dipendenza da un medesimo Capo. Suscitate però gravi quistioni sulla preminenza delle due Chiese, e dei due Cleri, per assopirle, si pose in campo il progetto di edificare una Chiesa centrale per Serra e Spinetto, con la fusione delle due parti del Clero. Infatti si diede mano alla costruzione di questa nuova chiesa col titolo di Chiesa Terza: ed era stata già condotta a termine, quando, sollevatosi un potente partito che simpatizzava per l’antica Chiesa Matrice, vengono demolite le fabbriche, di cui si fanno scomparire financo le vestigia! Questa fu l’opera di un fanatismo furioso, e si compiva in poche ore, in mezzo ad un tafferuglio indicibile”. Per assopire le controversie tra i due cleri litigiosi era sorta la “terza chiesa”, dice don Tedeschi, che tuttavia nulla aveva assopito, ma altro aveva anzi ulteriormente innescato, tanto che, come vedremo, di un nuovo “assopimento” ci sarebbe stato bisogno per risolvere definitivamente la “quistione”. Alcune cose, com’è noto, erano accadute, dopo il terremoto, prima che si decidesse di costruire la “terza chiesa”: oltre il ponte, in un luogo incolto e disseminato di spine (e da qui Spinetto), erano state erette delle baracche in cui avevano trovato ospitalità non poche famiglie scampate al terremoto e in quel medesimo luogo era sorta una chiesa di tavole intitolata all’Assunta e lì si era spostato, dalla Matrice, don Vincenzo Giancotti, detto il Vicario dell’Arzo. Ben sintetizza lo stato della questione un brano dell’ottocentesca Platea della medesima Matrice: “Per poco più, o poco meno di un anno funzionò da Parrocchiale quella di Spinetto, nella quale, mancando intieramente la prima, concorreva la popolazione di Serra, e i Sacerdoti qui dimoranti, mancandovi solamente in quella le sepolture, onde i cadaveri tutti si seppellivano nei sepolcri della diruta e abbandonata di Serra. Ma annojati da una parte, e dall’altra affezionati verso l’antica Chiesa tanto il popolo che i sacerdoti di assistere e funzionare in quella di Spinetto, riattarono alla meglio che han potuto di tavole, sia la mezzo diruta fabrica, l’antica Chiesa, ove i sacerdoti si posero in esercizio delle SS. funzioni. Ma il Vicario dell’Arzo seguì ad abitare allo Spinetto, ed obbligato qual era di assistere nella Curia della Certosa, preferiva per la vicinanza, quell’a questa Chiesa”. Il clero si divise: 14 sacerdoti rimasero nella chiesa di Spinetto, mentre 19 sacerdoti, 4 suddiaconi, un diacono e 4 chierici andarono al servizio della Matrice. È questa la preistoria, per così dire, del “fanatismo furioso” e del “tafferuglio indicibile” che si scatenarono una volta edificata la terza chiesa.

Il Vicario dell’Arzo, la “terza chiesa”, le “conseguenze” della contrarietà

Seguiamo ancora la Platea, in cui, come si leggerà, emerge senza incertezze il ruolo del Vicario dell’Arzo nell’edificazione della “terza chiesa”: “Ambiziosa non poco quella parte della Popolazione a causa del tanto rinomato e dotto Vicario, che dimorava con essa, e della protezione che lo stesso aveva presso il Priore di S. Stefano, conosceva per altro non poter pretendere alla maggioranza di quella Chiesa sopra l’antica, e per l’anteriorità e pel numero di Sacerdoti affezionati, e per la popolazione, e per tutt’altro. Con tutto ciò, con l’annuenza del suddetto Vicario, e col favore del Priore della Certosa chiese il Regio assenzo per la costruzione di una nuova Chiesa centrale alla una e alla altra popolazione, la quale, ottenuto già il Regio assenzo, fu costruita di tavole prima, e in prosieguo di fabrica, fino alla metà; a fianco destro della Congregazione dell’Assunta, alla stessa dirittura di quella, e la quale prese il nome di Terza Chiesa come tuttora si rammenta e si nomina. Può credere ognuno qual partito siasi suscitato fra le due popolazioni, e qual contrarietà abbia dimostrato la popolazione di Serra, non escluse le famiglie alla Terza Chiesa vicine, a una disposizione tanto contraria all’antico lor pietoso e religioso sentimento, quanto importava il quasi totale abbandono dell’antica Chiesa, la quale restava col titolo di Chiesa del Purgatorio […]”. Il “partito” della Matrice o, per dir meglio, di Serra – perché Serra coincideva, all’epoca dei fatti, con la parte del paese che oggi è denominata Terravecchia – non rimase a guardare, le cose, come si dice, precipitarono e le “conseguenze” non si fecero attendere: “In conseguenza di tale contrarietà si racconta: Che venuto a piantare la novella Chiesa un Regio Ingegniere di cognome Sig. Morena, tanto non soffrendo vedere un affezionato all’antica, chiamato Francesco Pisano […] prese costui l’Ingegniere Morena, a colpi di mano prima, e poi lo rovesciò a terra, producendo un corrispondente tumulto fra quelli d’ambi i partiti, che eran presenti, dove si facevano i preparativi per la nascente Chiesa. Conseguenza del pari di tal contrarietà fu ancora togliersino di notte tempo, in prosieguo, i battagli alle campane della Chiesa già messa in esercizio. Come pure perforare con grosso succhio i travi, su dei quali poggiava la copertura della Chiesa, onde la copertura stessa cadesse all’empito dei venti”. Non ci inoltreremo nei dettagli delle ulteriori “conseguenze” causate dall’edificazione della “terza chiesa”, tra le quali non mancarono accuse e denunce del “partito” degli “spinettesi” verso esponenti del “partito” dei “serresi”, comprese quelle rivolte ad alcuni sacerdoti, se non per dire che per giungere alla pacificazione definitiva, abolita e demolita la “terza chiesa” che “avea funzionato per 5 in 6 anni”, fu necessario un intervento esterno, quello di Mons. Alessandro Tommasini, vescovo di Oppido, delegato dal priore della Certosa dom Gregorio Sperduti, avendo il monastero la giurisdizione sulle chiese di Serra che sarebbe ancora durata fino alla soppressione della diocesi nullius nel 1808.

Monsignor Tommasini e la concordia ritrovata

Ritroveremo Mons. Tommasini in altre vicende serresi, ma ecco il profilo che del vescovo viene tracciato sul portale dei Beni ecclesiastici in web: “Nasce a Reggio Calabria (frazione di Sambatello) il 9 febbraio 1753 da Giuseppantonio e Caterina Canale. È ordinato sacerdote da mons. Alberto Maria Capobianco nel 1778. Nel 1792 è consacrato vescovo a Roma e gli viene affidata la Diocesi di Oppido. Durante il periodo napoleonico, accusato di essere partigiano dei Francesi e arrestato dai Borboni, è esiliato in Sicilia. Rimesso in libertà vive a Messina nel convento dei Padri Benedettini della Maddalena, onorato dai Messinesi ma guardato con diffidenza dalla polizia borbonica e dalle forze inglesi. È anche accusato di aver congiurato, nel 1811, per favorire il passaggio in Sicilia del re Gioacchino Murat. Riconosciuta la sua innocenza, fa ritorno in Oppido e nel 1818 è nominato arcivescovo di Reggio Calabria. Nell’Arcidiocesi si occupa del Seminario, arricchisce la Cattedrale di opere d’arte […]. La sua attività pastorale si intreccia con le vicende risorgimentali, nel 1820 durante i moti insurrezionali carbonari tiene ferma la posizione della Chiesa che condanna le associazioni segrete. Tratta con carità ma ‘senza debolezza’ alcuni membri del clero che frequentano le logge della Carboneria. Nel 1823 tiene un sinodo diocesano. Muore a Reggio Calabria il 18 settembre 1826”. L’autore del profilo del presule pubblicato nelle Biografie degli uomini illustri delle Calabrie di Luigi Accattatis (vol. III, 1877) da parte sua osserva anche come, pur impegnato in molte attività pastorali e spirituali, il vescovo non avesse mai trascurato lo “studio delle lettere e delle discipline ecclesiastiche”, tanto che aveva composto diverse opere, rimaste inedite presso i suoi eredi, tra le quali un’opera intitolata La Fede cristiana dimostrata e difesa e un’altra Massime della condotta interiore ed esteriore che deve serbare il vescovo nel regime della propria diocesi, tratte dalle sacre scritture, dai santi Padri e dai Concili. Dunque, Mons. Tommasini a Serra e qui sotto la sua guida furono stipulati, secondo quanto recita il loro titolo, gli Stabilimenti tra la Chiesa Matrice di Serra e l’ausiliatrice di Spinetto fatti dall’Imo e Rmo Mons: D. Alessandro Tommasini, delegato per ordine superiore del Priore ed ordinario D. Gregorio Sperduti e con lo intervento di tutto il Clero di Serra nell’anno 1804, “per resecarsi ogni controversia, e ristabilirsi una ferma pace e concordia fra il medesimo Clero e non dare più luogo a controversie leggiere che non edificano, ma recano scandali ed animosità tra i Ministri del Santuario e fra lo stesso popolo”. Si trattava in tutto di 22 articoli, in seguito confermati anche dal vescovo Giuseppe M. Pellicano il 16 giugno del 1822, che, innanzitutto, regolavano il diverso ruolo della chiesa Matrice e di quella “dello Spinetto”, se gli articoli I e III statuivano “che l’antica Chiesa della Serra sotto il titolo di S. Biagio V. e M. debba riputarsi la sola Matrice, servita da un Vicario Curato, e da tutti i Preti naturali di Serra […] in guisa che tutto l’intero Clero debba in essa convenire per le funzioni sacre, celebrazioni di messe ed assistenza in coro, e godere la suddetta Chiesa la prerogativa di chiesa Matrice” e “che la Chiesa dello Spinetto si debba riputare una Chiesa sussidiaria, battesimale per comodo di quella popolazione, servita da un Pro-Vicario, e dai preti abitanti in quel distretto di Spinetto […]”. Questo, tuttavia, in una sorta di sistema di equilibrio e di compensazione tra le due chiese. Se, infatti, tutti i sacerdoti dovevano considerarsi “individui e membri di una sola Comuneria incardinati al servizio della chiesa Matrice, e godere indistintamente di tutti gli onori, lucri, ed emolumenti che gode l’intero corpo, e portare i pesi, non meno che intervenire a tutte le conclusioni capitolari nella chiesa Matrice con voto attivo e passivo” (art. VII), d’altra parte “per non restar defraudata la popolazione di Spinetto dal servizio ed aiuto spirituale, che esige dai Sacerdoti nella chiesa di Spinetto medesimo come più commoda, e vicina, si è di comune consenso determinato, che tutti i Sacerdoti abitanti nello Spinetto debbono giornalmente prestare il di loro servizio in Divinis nella stessa chiesa di Spinetto, reputandosi come fatto nella stessa chiesa Matrice e possono fra di loro dividere e partecipare di tutti gli emolumenti avvintizî, che loro provengono in questa chiesa di Messe cantate, novene, feste particolari, senzacche di questi emolumenti possono partecipare i Preti della Serra antica inservienti la chiesa Madrice, e viceversa costoro non debbano dare porzione degli avventizii della Chiesa Madrice ai Preti inservienti la chiesa dello Spinetto” (art. VIII). Tralasciamo gli altri articoli che regolano aspetti liturgici e ruoli particolari quali quello del sacrestano poiché il dato fondamentale è da rintracciare proprio nella ritrovata concordia nel quadro degli Stabilimenti di Tommasini, che, nell’affermare la preminenza della Matrice, parallelamente riconoscevano lo status della chiesa di Spinetto, contribuendo (e non in misura marginale) a stabilizzare la nuova configurazione che il paese andava assumendo nei postumi del terremoto del 1783. 

Un sonetto per il Vicario dell’Arzo

Per effetto del contesto mutato, intanto, anche don Vincenzo Giancotti, il Vicario dell’Arzo che abbiamo visto nelle vesti di protagonista delle vicende della “terza chiesa”, era rientrato nella chiesa Matrice riprendendo, lo sottolinea la Platea, “l’antica stima e il rispetto dovuto al suo gran merito”. E don Pietro Calafati, strenuo difensore del “partito” della Matrice e “celebre presso di noi per la Poesia e Letteratura”, volle dargli “un contrassegno della sua amicizia con un Sonetto alla Serrese” di cui rimangono pochi versi: “è vieru, o fauzu, o puru ndi nsunnammu / Ca cu nui nautra vota ti vidimu? / Tu sii Tu, simu nui, chi cca parramu / Esti la vuci tua, chi nui sintimu? / è tanta l’alligrizza, chi pruvamu / Chi ti tuccamu e mancu lu cridimu”. Insieme con la concordia negli animi della popolazione, anche un amico (e con “allegrezza”) era stato ritrovato.

*Storico, antropologo e scrittore, cura per il Vizzarro la rubrica Nuvole

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