Domenica, 31 Marzo 2024 07:51

Pigghiate, Affruntate, «barbare usanze» e uova «cosmiche» di Pasqua

Scritto da Tonino Ceravolo*
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La Pigghiata di Tiriolo (1936) La Pigghiata di Tiriolo (1936)

Tra le più sistematiche raccolte demologiche calabresi relative a un territorio comunale è certamente da considerare il lavoro che Giovan Battista Marzano (1842 – 1902) dedicò a Laureana di Borrello e che venne pubblicato postumo in volume, dopo la sua originaria pubblicazione nella rivista La Calabria di Luigi Bruzzano, presso la Tipografia Giuseppe Raho di Monteleone nel 1912 a cura dei figli Giuseppe e Domenico con il lungo titolo di Usi e costumi, pregiudizi e superstizioni, meteorologia, terapia e fisionomia, dialetto e letteratura popolare di Laureana di Borrello e di alcuni paesi del mandamento, nostra “nuvola di carta” del mese di marzo. Una “nuvola”, vorremmo incidentalmente aggiungere, in cui, tra l’altro, si parla anche di nubi, non solo per il loro essere annunciatrici del tempo atmosferico (quelle a pecorelle dell’acqua a catinelle, le nubi “a liste quasi parallele” del vento, i cumuli di nubi “agglomerate a guisa di torri” della tempesta), ma pure per ricavarne pronostici su eventi diversi, come nel caso dei terremoti. 

Incipit di Pasqua: la “pupa” e la vecchia “serrata”

Una figura non marginale nella cultura calabrese di fine Ottocento, quella di Marzano. Ispettore degli scavi archeologici di Monteleone nel periodo 1883-1895 e autore di elegie latine, si interessò in particolare di Laureana di Borrello (nell’ambito della demologia, oltre al volume sugli usi e costumi, due raccolte sui canti popolari e sui proverbi di quel territorio) e del dialetto della Calabria - su cui venne dato alle stampe, dopo la sua morte, un Dizionario etimologico del dialetto calabrese (Il Progresso, 1928) - contribuendo pure alla ricerca su tematiche monteleonesi e di storia regionale, dalle “notizie degli scavi” compiuti in quella città agli studi sugli Osci in relazione alle “origini calabre”. E certamente questa raccolta demologica su Laureana, che qui segnaleremo soprattutto a proposito delle usanze pasquali, è da affiancare agli studi coevi di Apollo Lumini e di Bruzzano per avere un quadro adeguato delle ricerche ottocentesche sulle tradizioni popolari della Calabria. Della sua sistematicità, di cui si diceva all’inizio, sono chiara esemplificazione anche le pagine sulla Pasqua, che seguono il tempo pasquale nel suo svolgersi calendariale con l’evidente intento di offrirne una completa panoramica. E così si comincia dalle tradizioni della pupa e del serrare la vecchia che quel tempo inaugurano: “Ai chiassi e ai divertimenti del Carnovale succedono i giorni tranquilli e di lavoro della quaresima. In molte famiglie del volgo conservasi l'usanza di appendere alla finestra una pupattola (pupa), vestita di nero, col fuso e con la conocchia fra le mani, ed una melarancia con sette penne, raffiguranti le settimane di quaresima, le quali penne si tolgono ad una ad una, a misura che passano le settimane suddette. In Laureana di Borrello non v'è l'usanza di rompere la pignatta, v'è bensì quella di serrare la vecchia nel giorno che segna la metà di quaresima. Nel giorno or indicato, verso le 4 p. m., una donna negli anni, portante una bigoncia (ruvaci) sul capo, accompagnata da un vagabondo qualunque, portante una sega e delle corde, percorrono le strade principali del paese, seguiti da uno stuolo di monelli, che si fan più numerosi per via, e fra un chi asso diabolico gridano: jamu mu serramu la vecchia (andiamo a serrare la vecchia): dopo di essersi sbizzarriti in tal modo, per qualche tempo, verso sera danno fine al baccano”. 

La “barbara usanza” della Pigghiata

Detto dello scandalo che si avverte nelle parole di Marzano per quanto avveniva durante le celebrazioni della domenica delle Palme, in cui i suonatori d’organo “disdegnando il canto fermo […] mettono a ruba i più bei motivi delle opere teatrali, e contorcendoli, cincischiandoli e facendone orribile strazio, li convertono appunto in litanie, in tantum ergo, ecc.”, occorre segnalare almeno due usanze osservate nelle chiese la sera del Giovedì Santo, quando, a un certo punto della predica, nel momento in cui il prete chiama Maria per consegnarle la salma del Cristo morto, si spalancavano le “porte del tempio, un lugubre rullo di tamburo si fa sentire, e la statua della Vergine in nere granaglie [sic!], seguita da gente con torce e lanterne, entra in chiesa e corre defilata al pulpito per accogliere fra le braccia il morto figliuolo. È una scena commoventissima: tutti sorgono in piedi piangendo, percuotendosi il petto, strappandosi i capelli e protendendo le mani verso la Vergine, implorando pietà”. Non commozione, ma riprovazione per una usanza ritenuta “barbara” era quanto rimaneva invece nelle pagine di Marzano a proposito della pigghiata, per la quale non mancava di precisare come fosse limitata alle chiese del “mandamento”, con una evidente sottolineatura della loro non commendevole differenza rispetto al “capoluogo” di Laureana: “Ne devesi passare sotto silenzio la così detta Pigghiata (presa o arresto), che sera di Giovedì Santo si suole eseguire nella Chiesa di alcune borgate del Mandamento, da personaggi in carne ed ossa, vestiti secondo la parte che si attribuiscono. È l'intero Dramma della Passione, dall'Orto al Calvario, che si rappresenta, nel quale il finto Cristo dee riceversi calci, pugni, sputi spintoni e batoste a bizzeffe dai redivivi Giudei. Ma, ripeto, queste barbare usanze sono per iscomparire, ed ora si mantengono solamente presso qualche borgata del Mandamento”.

Tra reviviscenze cosmogoniche e Affruntata

Il Venerdì Santo vedeva, insieme con le confraternite laicali e con il clero con il capo “cinto di spine”, “alcuni del popolo”, che per voto o in segno di penitenza, indossavano un camice bianco, nascondevano il capo con un cappuccio e lo cingevano anch’essi di spine, circondavano i fianchi di “rozze corde” e a piedi scalzi si recavano a far visita ai sepolcri.  E tuttavia, aggiungeva Marzano, “come nelle cose, anco più serie, si suole insinuare la nota umoristica, così anche in questa occasione, se avviene che nel paese vi sia o si trovi di passaggio qualcuno, che abbia barba o capelli lunghi oltre l'usato, che abbia qualche difetto apparente, o presenti alcun che di strano nell' abbigliamento, vien designato come personaggio, che debba disimpegnare una parte importante nel sepolcro, per esempio quella di Giuda, di Caifa, del mal Ladrone, di Longino, ecc. e spesso gli vien rimesso invito formale per la posta”. Il sabato era il momento di una vera e propria folla, che con sgabelli e “piccoli scanni” si dirigeva sin dal primo mattino verso la chiesa Matrice per assistere al dramma della resurrezione di Cristo, talmente nutrita tale folla che i preti avevano dovuto “imporre una tasso di cent. 30 a chi, nello assistere alle sacre funzioni di quel giorno, volesse una sedia”. La chiesa, sotto un “parato di carta dorata”, si trasformava e diventava “un tempio con colonne e colonnine con archi a sesto acuto” circondato dal buio, finché, giunta la Messa cantata all'ultimo Kirie eleyson e intonato dal sacerdote il Gloria in excelsis, una luce abbagliante si sostituiva al buio: “La statua del Cristo risorto, per mezzo di un meccanismo, esce dalla tomba, ed in mezzo ad un coro d'angeli, s'innalza fino al cielo, della Chiesa; la banda musicale suona la marcia reale, i segrestani di tutte le Chiese, per rifarsi del tempo perduto, si abbandonano ad un diabolico scampanio, centinaja di grossi mortaletti uniscono le loro detonazioni al chiasso generale. Tutto ciò succede in un attimo, sicché l'animo dello spettatore rimane scosso dall'improvviso cambiamento di quella scena e dalla rappresentazione, così al vivo, del Mistero della Resurrezione”. Era questo il penultimo atto dei riti religiosi poiché il ciclo pasquale si chiudeva la mattina di domenica con l’Affruntata, l’incontro della statua di Cristo risorto con quella della Vergine Maria, peraltro diffuso in molte altre località della Calabria: “La scena è commoventissima e da pertutto negli astanti è un piangere di tenerezza, un picchiar di petti, un sollevar di braccia, un mormorar di preci, mentre la banda musicale suona la marcia reale, e centinaia di mortaletti rompono il timpano agli spettatori e forse anche alle statue”, concludeva Marzano che, da quel che si capisce da questa e altre consimili osservazioni (il “diabolico scampanio” che si è visto prima), evidentemente mal tollerava talune manifestazioni sonore di questo tempo festivo. La conclusione dello studio era tutta in chiave comparativa, che sfociava nel rintracciare nelle usanze calabresi le sopravvivenze, gli “avanzi” e le reviviscenze di altre epoche e di popoli diversi, distanti nel tempo e nello spazio: “Nelle Feste Pasquali è serbato un posto d' onore alle uova. I coloni portano le uova ai padroni, i clienti agli avvocati, e quasi in tutte le famiglie si mangiano le uova sode al forno, e di uova si ornano molti oggetti di pasta, boccellati (cuddruri), pani oblunghi, ecc. e si danno in regalo ai ragazzi; il che è un ricordo delle feste Sigillarie dei Romani, nelle quali ai fanciulli si donavano uccelli e puttini di pasta, ornati di uova. Ma crediamo che in queste usanze debbansi ravvisare avanzi di più antiche tradizioni, come quelle dell'uovo di Brama nella Cosmogonia Indiana, e dell'uovo Cosmico, che secondo la teologia degli Orfici della Grecia, racchiude misteriosamente tutta la vita del mondo”.

*Storico, antropologo e scrittore, cura per il Vizzarro la rubrica Nuvole

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